Con la partecipazione di centinaia di persone si sono svolti il 24 marzo a Rawalpindi, Pakistan, i funerali di Arshed Masih, il cristiano deceduto la sera del 22 marzo dopo essere stato bruciato vivo per aver rifiutato di convertirsi all'islam. Aveva riportato ustioni sull'80% del corpo ed era stato ricoverato in condizioni disperate presso l'ospedale della Sacra Famiglia di Rawalpindi il 19 marzo.
Dal 2005 Masih viveva con la moglie Martha e con i tre figli nella tenuta di Sheikh Mohammad Sultan, un ricco uomo d'affari di fede islamica per il quale lui lavorava come autista e Martha come domestica. Da tempo Sultan insisteva affinché abbandonassero la loro fede. Nei mesi scorsi, con il sostegno dei leader religiosi locali, lo aveva minacciato più volte: lo avrebbe ucciso se, per sottrarsi alle sue insistenze, si fosse licenziato e se ne fosse andato, cosa di cui aveva manifestato l'intenzione, e avrebbe fatto in modo che non vedesse più i suoi figli se con la moglie avesse perseverato nel rifiuto di abbracciare l'islam. La situazione è precipitata quando alcuni giorni or sono Sultan ha denunciato Masih di furto, promettendo di ritirare la denuncia se si fossero finalmente convertiti. In seguito al suo ulteriore rifiuto, degli estremisti musulmani hanno fatto irruzione nella casa di Masih e gli hanno dato fuoco costringendo i figli bambini e adolescenti ad assistere al suo suplizio.
Secondo una prima ricostruzione dei fatti, la moglie ha chiesto aiuto presso la stazione di polizia situata nelle immediate vicinanze, però gli agenti intervenuti non soltanto non hanno fermato gli aggressori, ma hanno stuprato brutalmente la donna rendendone necessario il ricovero nello stesso ospedale in cui si è tentato invano di salvare la vita al marito. Si va diffondendo tuttavia un'altra versione dell'accaduto: prima di morire Masih avrebbe dichiarato che a dargli fuoco sarebbero stati gli stessi agenti di polizia che poi hanno violentato sua moglie e lo avrebbero fatto su incitazione del suo datore di lavoro. Per far luce sulla vicenda occorrerà forse attendere che la moglie di Masih racconti i fatti, ma tuttora la poveretta è sotto shock e incapace di parlare. Nel frattempo Peter Jacob, segretario esecutivo di Giustizia e Pace della Chiesa cattolica pachistana, ha dichiarato che l'organismo ha incaricato un proprio gruppo di svolgere delle indagini parallele a quelle che eventualmente verranno svolte dalle autorità.
Le organizzazioni cristiane locali si sono impegnate a prendersi cura dei piccoli orfani (il minore ha soltanto sette anni, il maggiore 12) e hanno organizzato manifestazioni contro il governo federale e provinciale benché quest'ultimo abbia proibito le marce di protesta annunciate, accampando non meglio precisate «minacce terroristiche».
Ad accrescere il clima d'angoscia che grava sulle popolazioni cristiane è il silenzio dei mass media pachistani e la mancanza di iniziative da parte del governo per individuare i colpevoli: persino il ministro federale delle Minoranze, il cattolico Shahbaz Batti, finora ha evitato ogni commento dicendosi diversamente «impegnato» e promettendo di rilasciare dichiarazioni nei prossimi giorni. La violenza di cui la famiglia Masih è vittima, inoltre, si inscrive in un quadro drammatico di intimidazioni e abusi contro la minoranza cristiana che le autorità pachistane non si preoccupano di fermare. Uno degli episodi più gravi di cui si è a conoscenza risale alla fine di gennaio. A Lahore Shazia Bashir, una domestica cristiana di 12 anni, è stata uccisa dal proprio padrone, un ricco e potente avvocato che, a quanto risulta, neanche le pagava lo stipendio di 12 dollari mensili pattuito. La piccola è morta per essere stata sistematicamente torturata e violentata. Malgrado l'evidenza, l'associazione dei legali di Lahore si è schierata con il suo aguzzino, migliaia di avvocati minacciano di bruciare vivo chi si azzarderà a rappresentare la vittima al processo a carico del suo assassino e difatti finora nessun avvocato si è fatto avanti. A quanto pare il caso di Shazia è tutt'altro che eccezionale. Circa il 99% delle giovani cristiane povere lavorano come domestiche presso famiglie islamiche spesso subendo abusi, violenze sessuali e psicologiche. Succede addirittura che i padroni le diano in mogli ai loro domestici islamici costringendole a convertirsi.
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