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Numero 475
del 15/05/2012
La Russia sotto attacco PDF Stampa E-mail
! di Andrea Forti
forti@ragionpolitica.it
  
mercoledì 31 marzo 2010

In meno di due giorni si sono succeduti nel territorio della Federazione Russa due gravissimi atti terroristici, l’attentato alla metropolitana di Mosca di due giorni fa (30 marzo), che ha causato 39 morti e 20 feriti, e un duplice attentato che ha colpito la cittadina di Kizlyar nella repubblica caucasica del Daghestan e che ha provocato una dozzina di morti e almeno 23 feriti. In meno di due giorni si sono riaperte contemporaneamente due ferite che piagano il corpo dell’immensa Federazione Russa, quella del Caucaso e quella, a quest’ultimo collegata, dell’instabilità interna.

L’attentato di oggi nel Daghestan, l’ennesimo di una lunga serie di scaramucce e di attentati minori che da anni insanguinano il Caucaso russo, mette a nudo le basi fragili sulle quali è stata costruita in questi ultimi anni la «pacificazione» della regione, che ha visto la sconfitta militare «sul campo» dei separatisti ceceni accompagnarsi ad una diffusione su tutto lo scenario nord-caucasico di un’endemica violenza islamo-separatista, quando non semplicemente banditesca. La situazione instabile nel Caucaso Settentrionale fatalmente si ripercuote sulla stabilità interna dell’intero paese, e le deflagrazioni della metropolitana di Mosca ne sono un tragica conferma, come già lo furono gli attentati del 1999, che fecero saltare in aria alcune palazzine di Mosca e l’assalto da parte di un commando terrorista ceceno al teatro moscovita della Dubrovka, conclusosi con una sanguinosa quanto discutibile operazione delle forze speciali.

Già dalle prime ore successive all’attentato di Mosca sono proliferati i commenti e le interpretazioni da parte dei vari commentatori, russi e non. Da parte russa si insiste sul tema, assai caro a un certa visione nazionalista russa, della«fortezza assediata» tanto dagli occidentali che dalle popolazioni «nere» (così vengono chiamati spregiativamente in Russia caucasici e centro-asiatici); molti commentatori russi infatti sottolineano i veri o i presunti legami fra la guerriglia caucasica e taluni ambienti «russofobi» occidentali, in special modo anglo-sassoni, da sempre inclini a giustificare, se non ad appoggiare, i separatisti musulmani caucasici, almeno fin da quando, nel XIX secolo, la Gran Bretagna appoggiava i ceceni del leggendario ribele Shamil contro le truppe zariste. Questa interpretazione nazionalista del problema del terrorismo islamista caucasico risente indubbiamente di una visione complottista della politica, piuttosto radicata in Russia fin dai tempi sovietico-staliniani, ma che purtroppo sembra troppo spesso essere confermata da certe ossessioni russofobe che, paradossalmente, non sembrano rendersi conto della differenza che passa fra la difesa della democrazia e dei diritti umani in Russia e l’appoggio a qualsivoglia movimento anti-russo.

Da parte degli osservatori occidentali si insiste soprattutto nel denunciare, non senza ragioni, come causa del terrorismo caucasico la politica russa del pugno di ferro in Cecenia e la corruzione delle autorità filo-russe locali, ma si dimentica di come il progetto politico della guerriglia jihadista caucasica vada ben oltre alla lotta di liberazione nazionale, essendo mirata alla costruzione di un Emirato Caucasico che oltretutto ha come nemici non solo le forze russe occupanti ma le stesse strutture tradizionali dell’Islam caucasico, a forte impronta sufi. Il non detto in queste analisi, sia russe che occidentali, è che il gigante russo, a fronte di un immagine di potenza, soffre di molti degli stessi mali dell’Europa occidentale: declino demografico e immigrazione. A poco servono infatti le vittorie militari russe nel Caucaso nel momento in cui nelle principali città russe crescono comunità intere di caucasici o di centrasiatici, non certamente identificabili con l’islamismo radicale ma che sicuramente non potranno che alterare gli equilibri socio-politici della Russia, sempre più alle prese con il dilemma se considerarsi uno stato nazionale «Russkij» («russo etnico») o una federazione «Rossiskaja» («russo» in termini più ampliamente politici e culturali). Ora più che mai Europa e Russia devono mettersi assieme in cammino, non solo per affari o per realpolitik, ma per assicurarsi la sopravvivenza fisica come attori della politica mondiale.




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