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Numero 475
del 15/05/2012
Ru486. Se la gravidanza diventa una malattia... PDF Stampa E-mail
! di Francesco Natale
natale@ragionpolitica.it
  
mercoledì 07 aprile 2010

Le dichiarazioni del neo-eletto presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota, hanno suscitato un notevole vespaio: «Lasceremo la RU486 nei magazzini», ha detto senza mezzi termini. A Cota ha fatto subito eco il suo collega veneto, Luca Zaia. Per ora non entriamo nel merito (bisogna sempre specificarlo di questi tempi, o il movimento pro-death si stizzisce): nonostante la pillola abbia ricevuto il nulla osta dall'agenzia nazionale competente, i criteri distributivi della medesima restano a capo delle amministrazioni regionali, quindi, in ultima istanza, Cota e Zaia, seppur in maniera colorita, hanno espresso una volontà politica che non solo è rispondente alle istanze della maggioranza della loro base elettorale, ma anche assolutamente legittima sul piano amministrativo.

La levata di scudi è stata immediata: gli sconfitti hanno parlato di cospirazione vaticanista, di cricca clerico-fascista, di ritorno al Medioevo. Reazioni deboli e scomposte, comunque, poiché nessuno si sarebbe aspettato una presa di posizione così netta e tranchant: questo perché ormai, per la cricca pro-death, la RU486 era data per scontata. Una «panacea» non discutibile, non negoziabile, non criticabile. Una sorta di ius medicandi ex autoritate soggetto ad un'infallibilità paragonabile a quella del Pontefice. Piantando l'ascia sul tavolo, come si suol dire, Cota e Zaia hanno invece dimostrato che un «farmaco» il cui utilizzo comporta conseguenze sociali di non piccolo momento è, sempre e comunque, suscettibile di ulteriori valutazioni.

Non è ovviamente mancata la pronta risposta da parte dell'azienda francese che produce il farmaco, la quale ha espresso, con quello stile a metà tra il risentito e l'infastidito che così spesso caratterizza i tecnoscienziati d'Oltralpe, la propria rammaricata sorpresa: la pillola abortiva esiste da 30 anni ed è commercializzata in molti paesi del mondo. Inoltre, è stata già somministrata a circa un milione e mezzo di «pazienti». Sì. Hanno usato proprio quella parola. Ora, forse saremo noi un poco più ingenui rispetto ai nostri cugini francofoni, ma, francamente, non sapevamo davvero che la gravidanza fosse addirittura una malattia.

Ma è proprio in quella parola, usata in maniera assolutamente impropria, che si cela la grande mistificazione. Gli esportatori di democrazia dell'aborto (i bushisti della pillola, insomma) mirano ad impadronirsi del significato delle parole, distorcendolo e piegandolo ai propri scopi. Sembra una cosa da nulla, ma l'utilizzo improprio di quella parola, «pazienti», cela implicazioni tutt'altro che salutari: mira a far passare quello che resta sempre e comunque uno strumento abortivo come se fosse veramente un'aspirina. Mira ad una semplificazione inaccettabile, non tanto e non solo dal punto di vista del marketing, quanto più da quello specificatamente morale. E una volta che, attraverso la ridefinizione pro domo mea del codice linguistico arrivo alla ridefinizione sostanziale della morale corrente, la frittata è fatta.

Siamo di fronte ad un'applicazione in chiave modernista dell'egemonia gramsciana all'ambito medico. Un esercizio notevole di psicologia sociale, volto ad indurre pericolosi condizionamenti pavloviani: «Pazienti» uguale «luce verde» uguale praticabilità etica della RU486. Al riguardo il movimento pro-death non fa mistero della propria attitudine: ogni oppositore, laico o tonacato che sia, viene considerato alla stregua di un relitto da catacomba che mira ad inficiare il legittimo, anzi, l'unico possibile, progresso sociale che, nella testa di lor signori, passa per forza attraverso il progresso scientifico. La loro superiorità morale non può essere messa in discussione: loro sanno cosa è meglio per tutti noi.

Ora, a prescindere dal fatto che, forse, il progresso sociale di uno Stato dovrebbe misurarsi su quanto questo agevola la nascita di nuovi bambini e non su quanti ne uccide anzitempo, potrebbe essere utile ricordare che una legge sull'aborto in Italia già l'abbiamo e che nessuno, indipendentemente dal colore politico, la vuole abrogare. Ma prima di arrivare a distribuire come fossero Zigulì le pillole abortive, forse sarebbe davvero il caso che a detta legge venisse finalmente data piena applicazione, anche e soprattutto in quelle parti che i seguaci del dottor Viale trovano così scomode e «poco progredite», ovvero l'impianto stesso della legge 194 che vede l'aborto come extrema ratio, non come sostituto post quam del contraccettivo.




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Commenti (1)
1. 09-05-2010 20:08
un po' di mediazione non guasta
Forse è arrivato il momento di prendere atto che questa "guerra" ha prodotto già troppe vittime (donne e bimbi) e pensare ad una mediazione. La RU486 è, ritengo, un'ottima possibilità per far passare nel migliore dei modi una esperienza che dovrebbe essere terribile per il solo significato che ha; ora invece sembra che l'attenzione sia tutta rivolta all'aspetto medico tralasciando il prima ed il dopo ... e ci stiamo cascando! incominciamo a parlare seriamente del percorso che porta una donna (ma anche coppie) a prendere la decisione estrema: il come portarla a termine è solo un aspetto tecnico e che sia chirurgico o farmacologico poco cambia. Se la metà dei fondi dedicati alla ricerca sui vari abortivi fosse stata investita sull'educazione e la prevenzione forse non saremmo a questo punto e forse ci renderemmo conto che in questa guerra non vi sono poi tanti veri "abortisti" ma solo tante persone che accettano l'idea che si possa sbagliare e che dagli errori si debba imparare.
Scritto da em65

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