La diffusione delle notizie sull'Iraq fa capire quale sia la scala delle priorità in Occidente. Basta andare su Google News e digitare «Iraq» per vedere di cosa si parla di più riguardo quella guerra. Su tutti i siti Internet (da quello del Corriere ai singoli blog), ieri l'attenzione era concentrata sulla diffusione di un filmato che rivela come un elicotterista americano abbia scambiato un fotografo della Reuter per un terrorista armato, provocando per questo una strage con dodici vittime. Si tratta di un errore come emerge dai dialoghi fra i due ufficiali dell'aviazione americana responsabili del massacro: a quella distanza un teleobiettivo può essere realmente scambiato per un lanciamissili, i due uomini dell'equipaggio dell'Apache credevano veramente che le persone di fronte a loro stessero per uccidere. C'è la prova di un errore, ma non c'è l'intenzione di sparare su civili, non c'è la volontà di chiudere la bocca e gli occhi a un giornalista, né c'è il cinismo di fare il tiro a segno su qualsiasi bersaglio mobile, vivo o inanimato, capiti sotto tiro. Eppure i titoli della stampa italiana e straniera già mostrano con quale spirito viene affrontata la notizia: «crimine collaterale», «omicidi collaterali», «collateral murder» (assassinio collaterale), sono tutte distorsioni polemiche della definizione «vittime collaterali» che suggeriscono l'atto di un omicidio intenzionale e deliberato, non l'incidente.
Ebbene, l'Iraq fa notizia per questo. Per una strage compiuta da un elicottero americano nel 2007. Poco importa se, nello stesso giorno, Al Qaeda, non per errore, ma deliberatamente, massacrasse 35 civili iracheni facendo detonare 7 bombe artigianali e auto imbottite di esplosivo in un quartiere a maggioranza sciita. Non si tratta della prima strage. Tutto il periodo pasquale è stato segnato dagli eccidi degli integralisti sunniti fedeli a Bin Laden. Prima hanno sterminato i civili di un villaggio che aveva collaborato con il governo di Baghdad e con gli americani durante il «Risveglio», la ribellione dei sunniti contro Al Qaeda. Poi hanno colpito gli stranieri, con una catena di bombe nel quartiere delle ambasciate di Baghdad. Infine, con l'attentato di ieri, hanno voluto colpire il nemico religioso e politico, gli sciiti. I terroristi stanno tornando a colpire duro nel momento in cui la politica appare fragile, quando, come previsto, non c'è una maggioranza parlamentare stabile e il vincitore di misura, Iyyad Allawi, assieme al premier uscente Nouri Al Maliki devono trovare un accordo per formare un nuovo esecutivo.
Perché questa catena di attentati fa meno notizia? Perché le prove sull'uccisione di un giornalista occidentale (e di altre 11 persone che si trovavano con lui) passa indubbiamente in primo piano, anche se si è trattato di un incidente e non di un atto deliberato. Perché in quel caso a sparare erano degli americani, contro un cittadino americano e la guerra in Iraq è per tutto il pubblico impegnato «la nostra sporca guerra», quel che negli anni 2000 è l'equivalente del Vietnam negli anni '60. Perché, invece, il conflitto di Al Qaeda contro i civili iracheni è «la loro guerra», un qualcosa di lontano che non ci riguarda. Perché quelle autobombe che fanno crollare palazzi interi e massacrano i clienti di un ristorante sono confezionate nel nome di una cultura «altra» su cui il giudizio morale del pubblico più impegnato diventa più vago e distratto. E ci sono anche motivi politici, più o meno ammessi e consapevoli, dietro a questa disattenzione.
Il primo è che adesso alla Casa Bianca c'è Barack Obama, che ha promesso il ritiro di tutte le truppe entro il 2011. Non c'è più Bush che vuole continuare a combattere la guerra al terrorismo in Iraq. E dunque gli attentati e i massacri di civili commessi da Al Qaeda non servono più come «prova degli errori di Bush», né come pungolo per spingere i politici a ritirare le truppe da una guerra «infinita» e «inutile». Questi obiettivi sono già raggiunti: Bush è a casa, le truppe si stanno ritirando, quindi i morti iracheni non servono più. Il secondo motivo politico di questa disattenzione mediatica è che, tutto sommato, l'Iraq è una guerra vinta. Vinta dopo sette anni in cui tutti gli opinion maker (fatta eccezione per i neoconservatori e pochi altri loro compagni di strada) la consideravano persa. E' una guerra vinta perché Al Qaeda, fino a tre anni fa, controllava intere province del Paese, mentre adesso è tornata nell'ombra. Perché, nonostante anni di stragi e attentati, la guerra civile fra sunniti e sciiti non è scoppiata. Perché le elezioni si sono svolte regolarmente e, nonostante la difficoltà inevitabile di formare una maggioranza, il risultati principale è già stato raggiunto: nessun partito politico riflette la visione politica e i fini di Al Qaeda. Non esiste in Iraq l'equivalente dei Talebani in Afghanistan, né degli Shebaab in Somalia. E' una guerra vinta perché, nonostante il terrorismo e la crisi politica, l'Iraq non rischia di diventare uno stato fallito. Le bombe di Al Qaeda sono atti di frustrazione, una risposta violenta a un fallimento strategico. Colpiscono tutti (cristiani, sunniti, sciiti, laici, religiosi, iracheni e stranieri) perché nessuno è disposto a seguirli.
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