La netta affermazione dei partiti della coalizione di governo alle recenti elezioni regionali costituisce certamente un buon viatico per mettere mano a quelle riforme istituzionali in grado di rispondere meglio alle esigenze di governabilità, stabilità ed efficienza di cui il paese ha bisogno. Bene perciò hanno fatto i leader del Popolo della Libertà e della Lega Nord a porre subito le basi per una proposta su cui cercare di ottenere anche l'approvazione dell'opposizione, in primis del Partito Democratico e dell'Unione di Centro. Dalle ricostruzioni giornalistiche e dalle prime dichiarazioni dei protagonisti si apprende che, allo stato dei fatti, il modello a cui ci si potrebbe ispirare è il semipresidenzialismo francese. Tale modello va analizzato approfonditamente, perché, opportunamente corretto, potrebbe apportare indubbi miglioramenti al nostro assetto istituzionale.
L'attuale sistema francese, che ha coinciso con l'avvento della cosiddetta «Quinta Repubblica», prevede l'elezione diretta del presidente da parte dei cittadini; tale elezione si è sempre svolta in due turni, considerando che al primo nessuno dei candidati ha mai raggiunto la maggioranza assoluta dei voti. Vanno quindi al ballottaggio i due candidati più votati nel primo turno, normalmente uno di destra e uno di sinistra (ad eccezione dell'anno 2002, nel quale il crollo socialista determinò un anomalo ballottaggio tra la destra gollista di Chirac e quella estrema di Le Pen). Al ballottaggio ciascuno dei candidati ottiene l'appoggio dei gruppi politici ad esso più vicini, ma minoritari al primo turno, comportando perciò un sostanziale ricompattamento all'interno dei due poli principali. Il presidente eletto, forte del mandato ricevuto direttamente dal corpo elettorale, è la figura centrale del sistema francese, nomina il capo del governo (normalmente un uomo di fiducia appartenente al suo stesso partito o schieramento), determina gli indirizzi di politica generale, avoca direttamente a sé la politica estera e quella di difesa. Un presidente forte, dunque, con poteri più ampi di un capo del governo di impronta inglese, o tedesca, o italiana.
I benefici del modello francese sono evidenti: la rappresentatività è coniugata alla leadership indiscussa della figura del presidente ed alla sua stabilità (il mandato, un tempo di sette anni, ora è di cinque: nel periodo del mandato nessuno mette in discussione la legittimità e l'autorità del presidente in carica). Ma il doppio turno elettroale «alla francese» non è esente da rischi. Essi vanno ricondotti innanzitutto ai numerosi e defatiganti turni elettorali necessari per la completa composizione dell'apparato istituzionale transalpino. Alla luce delle modalità di elezione del parlamento francese (basato su collegi uninominali, eleggibili anch'essi solo con la maggioranza assoluta dei voti), bisogna infatti considerare che ai due turni necessari per l'elezione del capo dello Stato (a distanza di due settimane l'uno dall'altro), vanno aggiunti gli altri due turni per eleggere i deputati e senatori. In sostanza, nell'occasione di ogni scadenza presidenziale , è necessario indire(nell'arco di poche settimane) le elezioni legislative, anch'esse in due domeniche diverse. Si tratta cioè di chiamare gli elettori al voto per ben quattro volte nell'arco di circa un mese e mezzo. Gli elettori francesi, già nel 2002 e ancor più nel 2007, hanno disertato massicciamente le urne per le elezioni legislative, soprattutto al secondo turno. Qualcuno pensa davvero che nel nostro paese ci siano elettori entusiasti di votare quattro volte tra aprile e giugno?
Bene dunque ha fatto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, a proporre il sistema francese, ma con un solo turno. I vantaggi di questo nuovo modello sembrano innegabili.
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