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Numero 475
del 15/05/2012
Resta alta la tensione in Thailandia PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
sabato 24 aprile 2010

Dal 23 aprile l'unità di crisi del ministero degli Affari Esteri consiglia ai cittadini italiani di non recarsi a Bangkok, la capitale della Thailandia, se non per reale necessità o per transitarvi diretti verso altre destinazioni del paese. Secondo gli osservatori della Farnesina la crisi politica in atto, iniziata il 12 marzo scorso, potrebbe infatti aggravarsi ulteriormente nei prossimi giorni, rendendo insicuri anche i quartieri commerciali e turistici, nonostante la dichiarata volontà delle parti in causa di non coinvolgere gli stranieri. L'unità di crisi raccomanda quindi ai nostri connazionali che si trovano in Thailandia la massima prudenza se devono soggiornare nella capitale, dove sono da evitare soprattutto le zone vicine ai palazzi governativi e al palazzo reale. Resta inoltre confermata l'insicurezza del distretto di Kantharalak, specialmente in prossimità della Cambogia a causa di una disputa di confine, e delle provincie meridionali a maggioranza musulmana, dove sono frequenti gli atti di terrorismo da parte dei miliziani separatisti islamici e dove per questo, dal 2005, è stato dichiarato lo stato d'emergenza.

Responsabili della situazione determinatasi nelle ultime settimane sono i thailandesi sempre più numerosi che chiedono le dimissioni del governo di Abhisit Vejjajiva, imposto nel novembre del 2008 dalle «camicie gialle», ovvero i sostenitori dell'Alleanza del Popolo per la Democrazia sconfitta alle elezioni dell'anno precedente. Le «camicie rosse» (così si identificano gli aderenti alle manifestazioni di protesta antigovernative) accusano Abhisit Vejjajiva non solo di governare senza essere stato eletto, ma di trascurare del tutto gli interessi e i bisogni della popolazione. Dopo averne chieste le dimissioni immediate, nelle ultime ore hanno annunciato di essere disposti a negoziare, a condizione che il governo sciolga il parlamento entro 30 giorni e nei 60 giorni successivi prepari e indica nuove elezioni.

Sperano così di riportare al potere, con il sostegno del partito all'opposizione, il Fronte Unito per la Democrazia contro la Dittatura, UDD, l'unico premier che secondo loro ha usato il proprio mandato per migliorare le condizioni di vita della popolazione: Thaksin Shinawatra, l'uomo più ricco della Thailandia, per il suo profilo da taluni paragonato al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: anche lui imprenditore, entrato in politica nel 1998 fondando il partito Thai Rak Thai, («I thailandesi amano la Thailandia»), primo ministro dal 2001 al 2006 quando, dopo una serie di indagini per conflitto di interessi, è stato costretto dall'esercito, con un colpo di Stato, a lasciare la carica e il paese. Ma i thailandesi, almeno le classi meno abbienti e in particolare gli abitanti delle aree rurali, ma anche una parte del ceto medio - professionisti, intellettuali e neo laureati ora schierati al fianco delle «camicie rosse» - non hanno dimenticato i benefici dello sviluppo economico prodotto dalla sua politica liberale, i bassi costi dei servizi sanitari all'epoca del suo governo e gli altri suoi provvedimenti in favore dei poveri.

Lo hanno dimostrato con i risultati delle elezioni del 2007, che hanno portato al potere un governo da lui ispirato (costretto però un anno dopo a dimettersi in seguito alle proteste organizzate dalle «camicie gialle») e in queste settimane durante le quali, esasperati, sono scesi per le strade dando vita alle manifestazioni degenerate il 10 aprile negli scontri con le forze dell'ordine che hanno provocato 25 morti e più di 800 feriti. Da allora la tensione è cresciuta fino ai gravi fatti del 22 aprile, quando nella notte, nella zona della città occupata dalle «camicie rosse» che hanno eretto delle barricate per impedirne l'accesso alla polizia, cinque esplosioni hanno causato tre morti e alcune decine di feriti.




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