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Numero 475
del 15/05/2012
Verso il voto in Gran Bretagna: Nick Clegg conquista l'opinione pubblica PDF Stampa E-mail
! di Stefano Magni
magni@ragionpolitica.it
  
mercoledì 28 aprile 2010

In Gran Bretagna c'è qualcosa di nuovo nelle elezioni. A partire dalla campagna elettorale, che è stata diversa da tutte quelle precedenti. Per la prima volta, infatti, i leader dei principali partiti si sono confrontati in un dibattito televisivo diviso in  in tre parti. Per la prima volta i leader dei principali partiti sono tre e non due. Il terzo «incomodo», che sfida i laburisti e i conservatori, è Nick Clegg, alla testa dei liberaldemocratici. Dopo appena due confronti televisivi è diventato una forza politica di tutto rispetto. Nella prima puntata, riguardante i temi di politica interna, Clegg ha conquistato l'opinione pubblica, battendo entrambi i rivali in tutti i sondaggi. Nella seconda puntata, in cui i tre si sono sfidati sui temi di politica estera, la popolarità del liberaldemocratico ha retto la prova del tempo. Tutti i rilevamenti (con l'unica eccezione di quello pubblicato sul quotidiano Guardian) concordano nell'attribuire al conservatore David Cameron la vittoria del dibattito. Però Clegg è secondo. E ha distanziato di almeno 3 punti percentuali l'attuale premier laburista Gordon Brown.

A una settimana di distanza, in vista della terza puntata del dibattito (sull'economia), la «pole position» resta invariata: primo Cameron, secondo Clegg, terzo Brown. Quanto siano importanti questi sondaggi pre-elettorali non è ancora possibile saperlo. Il dibattito televisivo è uno strumento inedito nelle campagne elettorali inglesi. Non è dunque possibile misurare quante preferenze dell'audience si trasformeranno in voti dell'elettorato. I rilevamenti effettuati in queste due settimane riflettono solo in piccola parte i risultati delle ultime elezioni (amministrative ed europee) britanniche. Perché quando i sudditi di Sua Maestà si sono recati realmente (e non solo virtualmente) a mettere una croce sulla scheda, hanno dato la vittoria per tre volte ai conservatori. Hanno relegato il Partito Laburista di governo al terzo e quarto posto. Hanno premiato il Partito Liberaldemocratico con percentuali attestate attorno al 14% (non certo il 30-33% delle preferenze registrate nelle ultime due settimane). E soprattutto hanno votato in massa un partito, l'Ukip, euroscettico e fermamente contrario al Trattato di Lisbona... che non ha avuto modo di esprimersi nei dibattiti televisivi di questa campagna elettorale. A maggior ragione, dunque, sono da prendere con beneficio di inventario i sondaggi in cui i sudditi britannici devono scegliere solo fra tre partiti e solo in base a quello che i loro tre leader si sono detti davanti alle telecamere.

Detto questo, Nick Clegg è diventato il beniamino dei mass media in tutta Europa, i politologi iniziano a studiare il suo fenomeno e lui stesso agisce e rilascia dichiarazioni come se avesse già conquistato un terzo dei voti britannici. Ha detto che, nel caso la sua formazione dovesse battere i laburisti, affermandosi come primo o secondo partito, potrebbe nascere un governo di coalizione «Lib-Lab». A condizione che Gordon Brown lasci la carica di premier. Fa parte del suo stile. Come Barack Obama negli Stati Uniti, Clegg si presenta come un candidato anticonformista, usa un linguaggio informale, è giovane, propone un cambiamento radicale rispetto alla tradizionale alternanza conservatori-laburisti, sa cavalcare lo shock provocato dalla crisi economica e soprattutto può sfruttare molto bene (essendo praticamente fuori dal Parlamento) lo scandalo della corruzione che ha minato le fondamenta del governo Brown. Sa parlare col linguaggio di tutte le mode del momento: è ecologista, se la prende con i banchieri e la loro «rapacità», vuole che la Gran Bretagna pesi di più nell'Onu e nell'Unione Europea «per contare di più». E' pacifista, definisce «illegale» la guerra in Iraq e vuole smantellare il vecchio deterrente nucleare autonomo. E' aperto nei confronti degli immigrati e vuole potenziare la scuola pubblica. Insomma: dice tutto ciò che, all'alba del XXI secolo, suona «moderno».

Come Barack Obama, però, Nick Clegg è un candidato più di immagine che di sostanza. Il Partito Liberaldemocratico, fino allo scoppio della crisi economica, non era mai stato preso sul serio dall'elettorato britannico. E si capisce anche il perché: è il frutto di ben tre metamorfosi. L'origine ancestrale di questa formazione risale addirittura ai primi liberali della fine XVII secolo, gli Whigs. Gli Whigs hanno subìto già una prima metamorfosi nel XIX secolo, quando sono diventati Liberal. Non solo hanno cambiato nome, ma gradualmente hanno cambiato natura, divenendo, da campioni dello Stato minimo, via via sempre più socialisti. I Liberal, nella metà del secolo scorso, sono stati i primi ad adottare e proporre le politiche economiche di John Maynard Keynes, contro l'economia liberale. Gli Whigs dell'origine e le loro idee, invece, gradualmente sono trasmigrati nel Partito Conservatore. I Liberaldemocratici di oggi, comunque, non sono nemmeno i Liberal keynesiani. Sono frutto di un'ulteriore trasformazione: la fusione dei Liberal con il nuovo Partito Democratico, una formazione di sinistra di idee simili a quelle dell'omonimo partito americano. La collocazione politica dei Lib-Dem è stata centrista durante tutta l'era Thatcher, quando i laburisti si schieravano in modo intransigente al fianco della classe operaia, contro le riforme liberali della «Lady di Ferro». Quando, invece, nella metà degli anni '90, i laburisti hanno abbandonato il loro vetero-marxismo e hanno abbracciato il riformismo di Tony Blair, i Lib-Dem hanno cercato di scavalcarli a sinistra. In entrambi i periodi, sia in quello centrista che in quello alla sinistra della sinistra, i liberaldemocratici sono stati visti come la formula perdente, perché priva di sostanza nel primo periodo centrista, perché superata dai tempi nel secondo periodo all'estrema sinistra. Oggi hanno successo quasi esclusivamente per la visibilità conquistata in Tv. Perché lo shock della crisi economica spinge l'elettorato britannico a scegliere un'alternativa drastica ai partiti dell'establishment, un candidato «fuori dai giochi». E il dibattito televisivo ha mostrato alla nazione una sola alternativa: Nick Clegg. Escludendo tutte le altre, quali l'Ukip, il Bnp, i Verdi e i partiti scozzesi, gallesi e nord-irlandesi.

Poniamo il caso, però, che il fenomeno Clegg non sia solo una moda passeggera, il prodotto di una tripletta di dibattiti televisivi ben riusciti, o il frutto dello shock economico. Poniamo il caso che vinca le elezioni, o diventi il leader del secondo partito britannico, sotto i conservatori, ma sopra i laburisti. Che cambiamento provocherebbe?

Prima di tutto, una vittoria di Clegg comporterebbe la fine del bipolarismo britannico. Da tre secoli il sistema inglese garantisce il governo di un solo partito per tutta la durata della legislatura: una «dittatura eletta», come la chiamano ironicamente i sudditi di Sua Maestà. Una vittoria Lib-Dem costringerebbe la regina a nominare un primo governo di coalizione. La virtuosa eccezione britannica rientrerebbe, dunque, nella banalità dell'Europa continentale, in cui i partiti di maggioranza e opposizione sono costretti a continui negoziati prima di formare, disfare e riplasmare un governo, prima di decidere una linea d'azione comune, prima di stilare un programma d'azione. Nick Clegg vuole istituzionalizzare questo cambiamento, in caso di vittoria. Vuole introdurre il sistema proporzionale. Una riforma che, nella patria europea del maggioritario a turno unico, è quasi forte quanto la proposta di abolire la monarchia. In pratica, se vince Clegg, o se conquista sufficiente potere da cambiare il sistema, la Gran Bretagna cesserà di essere una democrazia fondata sul rapporto tra sudditi e candidati e diventerà un sistema partitico. O partitocratico, nel caso degeneri. Il successo o l'insuccesso di questo sistema in Gran Bretagna è ancora tutto da verificare. Non ci sono precedenti. Finora la democrazia bipolare ha garantito la massima stabilità democratica in tre secoli di storia. Del futuro sistema non v'è certezza.




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