Omar Hassan el Bashir, presidente del Sudan dal 1989, grazie a un golpe, è stato riconfermato alla carica con il 68,2% dei voti. Nel Sud Sudan, la regione semiautonoma governata dal 2005 dagli ex ribelli dell'Splm, il movimento armato che per 20 anni ha contrastato il processo di arabizzazione del paese voluto da Khartoum, la vittoria è andata con il 93% delle preferenze al vicepresidente Salva Kiir Mayardit, leader dell'Splm e capo del governo del Sud. Lo ha annunciato il 26 aprile la Commissione elettorale nazionale comunicando l'esito del tutto prevedibile delle elezioni svoltesi dall'11 al 15 aprile, le prime multipartitiche dal 1986.
Previste dagli accordi di pace del 2005 stipulati dopo gli interminabili e difficilissimi negoziati tra governo centrale e Splm, queste elezioni sono il primo, importante passo verso la ridefinizione dell'assetto politico del Sudan. Il secondo traguardo, decisivo, sarà il referendum del 2011 con il quale, sempre in base alla pace siglata nel 2005, gli abitanti del Sud dovranno decidere se conservare l'attuale status semiautonomo oppure dare vita a una entità politica del tutto indipendente. El Bashir, appena diffusi i dati ufficiali, ha confermato che la consultazione si svolgerà e che la volontà popolare verrà rispettata. Ma l'eventuale secessione delle regioni meridionali, ora che la scadenza del referendum si avvicina, diventa una prospettiva sempre meno facile da accettare per Khartoum, che deve gran parte della propria ricchezza ai giacimenti di petrolio situati nel centro sud, mentre però le raffinerie si trovano nel nord, i cui proventi attualmente vengono spartiti tra il governo centrale e quello del Sud.
Il punto fondamentale, nel valutare il risultato delle attuali elezioni e del prossimo referendum, è e sarà l'effettiva, sostanziale partecipazione politica della popolazione che, nel caso del Sudan così come di altri stati africani, non si misura soltanto con le percentuali di affluenza alle urne. Secondo gli osservatori internazionali presenti in Sudan nei giorni scorsi, inclusa la missione di monitoraggio inviata dall'Unione Europea, lo svolgimento delle elezioni non ha soddisfatto per niente gli standard internazionali: si denunciano gravi difetti organizzativi, vistosi brogli, intimidazioni. Problemi nell'allestimento dei seggi e nel controllo degli aventi diritto al voto si sono verificati poi in Darfur, la vasta regione occidentale dove la guerra civile scoppiata nel 2003, anche in questo caso scatenata dal processo di arabizzazione attuato da el Bashir, ha costretto un terzo della popolazione a vivere in campi per profughi o comunque lontano dai propri luoghi di residenza.
Dubbi erano stati avanzati inoltre sull'attendibilità dei risultati del censimento della popolazione effettuato lo scorso anno, indispensabile per redigere le liste degli aventi diritto al voto: i leader di numerose etnie, in particolare quelle meridionali, avevano contestato i risultati sostenendo che le popolazioni del nord, di origine araba, erano state volutamente sovrastimate per aumentare il peso dell'elettorato fedele al governo.
Ma prima ancora, e soprattutto, i dubbi riguardano la maturità politica, la reale capacità di autodeterminazione dei sudanesi che per la maggior parte vivono in povertà, assorbiti dal costante assillo della sopravvivenza, pressoché isolati e ignari di quanto avviene oltre il confine limitato del quartiere e del villaggio in cui abitano dalla mancanza di strumenti di informazione e di comunicazione. Basti pensare che circa il 40% della popolazione è analfabeta. A questa popolazione, per di più in gran parte chiamata al voto per la prima volta nella sua vita, sono state consegnate ben otto schede elettorali (12 nelle regioni meridionali!) senza chiare istruzioni su come servirsene. Pare che persino il presidente Salva Kiir abbia infilato una delle schede nell'urna sbagliata. Nonostante tutto, ha commentato l'ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter che ha partecipato con la propria associazione al monitoraggio del voto, «la maggioranza della comunità internazionale accetterà il risultato delle elezioni».
Per inciso, questo solleva ulteriori perplessità sul ruolo della Corte penale internazionale che, come si ricorderà, due anni or sono ha spiccato un mandato di cattura internazionale tuttora in vigore contro el Bashir, accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità in Darfur ai danni delle etnie di origine africana.
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