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Numero 475
del 15/05/2012
La modernitā invertebrata PDF Stampa E-mail
! di Raffaele Iannuzzi
iannuzzi@ragionpolitica.it
  
sabato 01 maggio 2010

La «modernità» non è più una parola politica. Si dice «modernità» e spira vento di nichilismo. Zero assoluto. L'equivoco che il moderno sia meglio dell'antico è frutto di una concezione dialettica della storia morta e sepolta. Viva soltanto tra le congreghe ideologiche e le sette di agitprop. Non a caso chi straparla di «modernità» sono Fini ed il Pd. Panebianco scrive sul Corriere della Sera che si tratta di un alibi e che questo alibi nasconda il vuoto politico e culturale. E' vero. Ma quel che impressiona di più è che questo alibi è diventato come la stretta di mano tra estranei, non significa niente. Non c'è più amicizia tra le idee e la politica. La «modernità» è l'apice di questo fenomeno. Anche il «post-moderno» ha questi connotati, è la gemmazione di questo nullismo applicato alla società e alla cultura: il «senno del post» cancella il senno. Esiste una sorta di arco costituzionale a sostegno di questo spargimento di niente a mezzo di niente: tutti insieme appassionatamente. Per il niente e per niente.

La Spagna di Zapatero era fino a ieri il paradiso della modernità, con il laicismo al punto giusto, lo Stato che funziona, il mercato equilibrato ed efficiente. Oggi Zapatero e la sua Spagna di speculazioni e bolle immobiliari è crollata sotto il peso della crisi mondiale, per un pelo non finisce come la Grecia. Fini non si sa bene, in realtà, dove guardi, ma certamente un occhio lo butta sulla Gran Bretagna, su Cameron. Ma non sembra cogliere il livello di drammaticità circolante da quelle parti: il crack là c'è stato e bello forte, sono franati un sistema ed un assetto economico-finanziario. Cameron dovrà governare - se vincerà le elezioni - un paese che della modernità ha preso soltanto il motore turbo, poi scoppiato e metà della corsa.

Poi c'è il capitolo «diritti civili», dagli omosessuali agli immigrati. Il Pd è ormai da tempo un partito radicale di massa, campione della società radicale, già descritta nei dettagli antropologici da don Gianni Baget Bozzo negli anni Settanta del secolo appena trascorso. Fini è speculare a questa logica, anzi a questa ideologia di massa. Così la politica segue l'andamento corrente delle situazioni e delle pressioni di lobbies e gruppi. Fini usa due pesi e due misure: lui segue le pulsioni di minoranze agguerrite e va bene, la Lega segue il sentire popolare sull'immigrazione, comunque maggioritario, ed è razzismo.

Singolare coincidenza degli opposti: il post-comunismo e il post-fascismo sono alle prese con il lascito moderno di Marx e del progressismo dialettico, come se fossero gemelli siamesi. Del resto, Togliatti scrisse ai «fratelli in camicia nera». Del Noce osservava nel saggio Il suicidio della rivoluzione (1978): «La ricomprensione italiana del marxismo attraverso la versione rivoluzionaria dello storicismo si risolve in una sua ricomprensione illuministica». Traduco: dalla rivoluzione proletaria al tè nel salotto di Montezemolo. In questa marmellata ideologica senza più un centro di gravità permanente esistono soltanto la manovra tattica e i media. L'umbratile realtà di una modernità invertebrata. Dal suicidio della rivoluzione al suicidio della modernità. Un bel «progresso», non c'è che dire.




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