Il cinque maggio, a Genova-Quarto, con la deposizione di una corona d'alloro ai piedi del monumento dei Mille, che ricorda la partenza della storica spedizione guidata da Garibaldi, il presidente della Repubblica Napolitano ha dato avvio alle celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità d'Italia. Correva l'anno 1860 quando un esercito di volontari guidati da Giuseppe Garibaldi, partendo dalla spiaggia di Quarto, l'11 maggio sbarcò a Marsala conquistando il Regno borbonico delle Due Sicilie.
In una stagione segnata dalla frammentarietà, dalle divisioni, da ferite che si aprono e si rimarginano continuamente, celebrare l'Unità d'Italia e gli eventi che hanno consentito questo traguardo può essere un modo per far riscoprire al nostro popolo i valori ideali che sono alla base del nostro Stato-nazione. Ciò che affiora, purtroppo, è che, dopo 150 in cui l'Italia è unita dal punto di vista giuridico e formale, il nostro popolo fatica ancora, avvezzo storicamente a farsi dominare da dinamiche centrifughe e dalle «guerre di Campanile», a maturare una coscienza unitaria.
Già da secoli, prima del 1861, quando fu costituita l'unità statuale, l'Italia era una nazione che poteva vantare, oltre ad un suo linguaggio, comuni tradizioni religiose ed espressioni artistiche e culturali che, pur nella loro diversità, conservano una radice comune, che affonda nell'humus della civiltà romana e cristiana: la storia italiana, infatti, si sviluppò a partire da Roma e fu universalizzata poi dal Crisianesimo. Fu il Risorgimento a suggellare, da un punto di vista politico, la nascita dello Stato unitario italiano, che si caratterizzò finalmente, in ritardo rispetto ai processi avvenuti ad esempio in Inghilterra e Spagna, come uno Stato-nazione: nacque allora, in Italia, lo Stato inteso come ordinamento giuridico incardinato su tre elementi chiave quali la sovranità, il popolo e il territorio.
Un territorio che - come ha riferito Bondi citando gli scritti di Gianni Baget Bozzo - ha tra le sue caratteristiche quella di di poter vantare una storia unica perché «da un lato, dall'impero romano, dal cristianesimo, fino al Rinascimento e all'Umanesimo, la nostra storia è una storia dai significati e dagli influssi universali», e dall'altro esso ha tra le sue peculiarità quella di poter vantare «storie diverse». Proprio in occasione della celebrazione del 5 maggio a Quarto il ministro dei Beni culturali ha tenuto a rimarcare come sia proprio questa ricchezza incredibile di storie «ad aver prodotto il patrimonio culturale per cui siamo ammirati nel mondo, e che hanno reso grande l'Italia». Ed è per valorizzare questo aspetto che, nel programma delle celebrazioni, il Governo ha previsto delle iniziative «che consentiranno di dare valore alle differenze e far sì che ogni frammento dell'universo italiano trovi il modo di valorizzare se stesso, secondo il principio del federalismo». Quest'ultimo, che non dev'essere inteso come un fattore di disgregazione ma semplicemente come un modello organizzativo, si dovrà coniugare con il principio del «più rigoroso rispetto dell'unità e dell'autorità dello Stato nazionale»: solo la politica, in questo contesto, può adoperarsi per far sì che la società superi i conflitti e le divisioni che rischiano di disgregarla.
La politica, soprattutto oggi, è chiamata, per poter governare le dinamiche sociali, a difendere ed affermare l'identità nazionale: essa può costituire un valore aggiunto nel progetto di sviluppo del nostro Paese perché è ciò che, come sosteneva don Gianni, «dà un senso alla nostra presenza nel mondo».
Potrebbe essere fuorviante, dunque, attribuire alle celebrazioni dell'Unità d'Italia un valore commemorativo e culturale fine a se stesso: sarebbe auspicabile che la memoria storica che trasuda dai monumenti simbolo di questo periodo storico servisse a risvegliare uno spirito di maggiore unità e coesione nazionale, facendo acquisire al periodo delle celebrazioni una valenza anche politica.
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