La storia politica dell’Italia post-unitaria è stata spesso caratterizzata da aspre divisioni politico-ideologiche spesso sfociate in guerre civili aperte, come nel ‘43-’45 o negli anni fra la fine della Grande Guerra e la Marcia su Roma, o striscianti, come nel caso degli interminabili anni di piombo. La società italiana è stata di volta in colta lacerata da divisioni fra interventisti e anti-interventisti, fascisti e anti-fascisti, anti fascisti democratici e comunisti, sostenitori del Fronte Popolare social-comunista e dei partiti «occidentali» laici e cattolici, estremisti «rossi» e neo-fascisti, «craxiani» e «anti-craxiani» e, negli ultimi anni, «berlusconiani» e «anti-berlusconiani». Nonostante l’alta conflittualità interna ala società italiana, o forse paradossalmente anche grazie a ciò, non sono mancati nella cultura politica italiana interessanti casi di sintesi e di sincretismi fra posizioni politico-ideologiche apparentemente antitetiche. Il caso più famoso, che ha travalicato i confini nazionali per diventare un modello per analoghe esperienze politiche di altri paesi, è sicuramente il fascismo, movimento fondato dall’ex socialista massimalista Benito Mussolini dove convissero, nel tentativo di costruire una sintesi «italiana», o una «chiesa di tutte le eresie» come lo definiva lo stesso Mussolini, socializzatori radicali e borghesi conservatori, laici (quando non apertamente anti-clericali o neo-pagani) e cattolici, razzisti e universalisti, rivoluzionari e reazionari, formando così un movimento che tuttora spiazza e divide gli storici.
Il carattere «sintetico» (più che «sincretico») del fascismo fu tale che gli stessi comunisti, ridotti alla clandestinità, non poterono non notare l’abilità di un regime teoricamente «reazionario» nell’inquadrare le masse popolari e nel creare consenso anche presso quel proletariato che, secondo il dogma marxista, avrebbe dovuto militare nel partito della classe operaia; di qui il troppo spesso dimenticato appello di Togliatti del 1936 ai «fratelli in camicia nera», per sondare possibilità di dialogo fra comunisti e settori fascisti «sociali», e l’organizzazione da parte del PCI nel secondo dopoguerra di una rete di associazioni ricreative, dopolavoro e organizzazioni giovanili non troppo differenti nella forma e nelle funzioni dalle organizzazioni sociali e ricreative del passato regime fascista. Non pochi intellettuali di formazione fascista inoltre passarono, dopo il 1945, armi e bagagli nel campo comunista, portando al partito di Togliatti una leva di giovani capaci e dinamici. Altre esperienze di contaminazione politico-ideologica si produssero durante il decennio fra il ‘68 e la fine degli anni ’70, il periodo più confuso e tragico della storia repubblicana. Negli anni della contestazione studentesca seguiti al ‘68, e in particolare sull’onda degli eventi di Valle Giulia che videro giovani di estrema sinistra e di frange di estrema destra uniti in un effimera alleanza «generazionale», che avrebbe di lì a poco ceduto il passo ad una rinnovata violenza fra «rossi» e «neri». Nonostante gli anni ’70 abbiano coinciso con una tragica ripresa del clima da guerra civile, che sembrava superato dal miracolo economico degli anni ’50 e ’60, fu proprio durante gli «anni di piombo» che in settori della destra neofascista extra-parlamentare crebbe una sorta di infatuazione per tematiche allora cavalcate dall’estrema sinistra.
Le «gesta» del guerrigliero argentino Che Guevara, il tragico esperimento della «Rivoluzione Culturale» cinese e i movimenti di «liberazione» del Terzo Mondo divennero per molti giovani neofascisti modelli preferibili tanto al nostalgismo e al «moderatismo» del MSI che all’ eccessivo «reazionarismo» di gruppi extra-parlamentari come «Ordine Nuovo», ancora troppo legati ad un immagine di destra d’ordine e gerarchia. Questi fenomeni di ibridazione ideologica, conosciuti all’epoca con l’epiteto giornalistico di «nazi-maoismo», da un lato portavano alle estreme conseguenze (non senza una certa coerenza) la presenza all’interno del fascismo e del neofascismo di un filone socialisteggiante, ma dall’altro testimoniano di un’effettiva egemonia culturale esercitata dalla sinistra marxista sull’intera vita politica italiana del tempo, dall’estrema destra al mondo cattolico passando per i liberali e i socialisti. Chi alla fine degli anni ’70 si fece interprete nella destra parlamentare di queste pulsioni «fasciste di sinistra» fu la corrente di Pino Rauti del MSI, che con la teoria dello «sfondamento a sinistra» si proponeva di conquistare al partito quell’elettorato tradizionalmente di sinistra agitando slogan e principi propri della sinistra, come l’anti-imperialismo, l’anti-capitalismo, l’ecologismo e persino il femminismo (Flavia Perina, ora finiana, si formò proprio nell’ala rautiana«femminista»). Lo «sfondamento a sinistra» rautiano non si verificò mai, poiché la crisi della sinistra e del comunismo della fine anni ‘80 portò con se anche le infatuazioni «di sinistra» maturate nella destra neo e post fascista italiana. Oggi sembra che il testimone dello «sfondamento a sinistra» sia passato in mano a Gianfranco Fini (che ironicamente fu avversario di Rauti) e alla sua area «farefuturista», che si vorrebbe proporre come una destra moderna, intellettuale, aperta all’immigrazione, laica e «futura», in ogni caso «altra» da quella popolare di Berlusconi, della maggioranza del PdL e della Lega. La differenza fra l’attuale «farefuturismo» e le precedenti esperienze di aperturismo a sinistra è principalmente nel fatto che se allora a sinistra vi era un pensiero forte, un radicamento popolare e una identità politica marcata, oggi vi è solo pensiero debole, elitarismo intellettuale e confusione ideologica (né socialisti, né liberali, né laici, né cattolici). Il rischio che dal «futurismo» si passi al«nichilismo» è dietro alla porta.
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