Un bagno di realtà. La verità uscita dalle urne è ben diversa dai mille e più sondaggi pubblicati nei giorni del dibattito televisivo fra i candidati dei tre maggiori partiti (Conservatori, Laburisti e Liberaldemocratici). La stella Nick Clegg, del tutto virtuale, è già tramontata. Gli inglesi (che secondo i sondaggi avrebbero dovuto garantirgli il 30% dei voti e il sorpasso sui laburisti) lo hanno sonoramente bocciato: 23% è il risultato concreto, appena un punto in più rispetto alle scorse elezioni. Ma con una perdita netta di 5 collegi: in Gran Bretagna vige il sistema maggioritario a turno unico e chi perde (anche di poco) in un collegio va a casa. Dunque il Partito «terzo incomodo» avrà addirittura meno seggi rispetto al Parlamento uscente. Le ricette della versione britannica di Obama, insomma, non hanno convinto nessuno nel momento in cui c'era da esprimere un voto e non una preferenza per una prestazione televisiva.
I laburisti, altri grandi sconfitti di queste elezioni, confermano una tendenza al ribasso presente ormai dalla fine dell'era Blair. Gordon Brown ha cercato di difendere le sue politiche, nonostante la crisi economica, nonostante la disoccupazione, nonostante il caos della politica di immigrazione e il terrorismo crescente, nonostante lo scandalo dei rimborsi parlamentari che ha decimato il suo governo. Alla fine, questi «nonostante» hanno preso il sopravvento. E il Partito Laburista ha perso, in termini di voti, 6,2 punti percentuali. E in termini di seggi ne avrà ben 91 in meno.
I partiti autonomisti locali e i piccoli partiti hanno contribuito a disperdere il voto, anche se non si rilevano grandi affermazioni, né grandi sorprese. Si conferma la forza del Partito Unionista Democratico, protestante e nordirlandese: con i suoi 8 seggi è il quarto partito più forte della Gran Bretagna, ma in termini percentuali ha perso lo 0,3% e ha un seggio in meno rispetto al precedente Parlamento. L'unica sorpresa è la vittoria (nel suo piccolo) di un altro partito nordirlandese, Alliance Party, un movimento nato negli anni ‘70 per promuovere la pace fra cattolici e protestanti. Ora ha il suo primo seggio in Parlamento: merito del sindaco di Belfast, Naomi Long. E dello scandalo «Irisgate» che ha coinvolto indirettamente Peter Robinson, leader del Partito Unionista Democratico, punito dagli elettori di Belfast Est (in un collegio sicuro da tre decenni) perché sua moglie Iris è stata accusata di aver regalato 50mila sterline al suo amante diciannovenne. Sempre nell'Irlanda del Nord il Sinn Fein (repubblicano e cattolico) conquista 5 seggi. In Scozia non sfondano gli autonomisti dell'Snp: prendono praticamente gli stessi voti dell'altra volta e mantengono i loro 6 seggi. Stesso discorso in Galles: il Plaid Cymru guadagna un seggio, anche se, a livello di voto popolare perde leggermente rispetto alle scorse elezioni (-0,1%). Vanno ancora peggio i partiti minori nazionali: gli euroscettici dell'Ukip (che proprio nel giorno del voto rischiavano di perdere il loro leader Nigel Farage, ferito in un incidente aereo) non conquistano neppure un seggio. Stesso discorso per i nazionalisti del Bnp: 0 seggi, nonostante il loro tentativo di cavalcare la paura dell'immigrazione. I Verdi sono gli unici che riescono a conquistare 1 seggio. Alla fine, però, la carica dei partiti minori è solo parzialmente riuscita. Alcuni sondaggi prevedevano un loro peso pari al 15% dei voti. Sommandoli tutti, invece, arrivano quasi al 10%. Abbastanza per disperdere voti, non abbastanza da consentire la formazione di nuove maggioranze.
I vincitori azzoppati sono i conservatori. Il leader David Cameron, volto nuovo della destra britannica, non ha conquistato la maggioranza assoluta che si aspettava. Ha preso il 3,8% in più rispetto alle altre elezioni, ha conquistato ben 98 seggi parlamentari (quindi i suoi candidati hanno ottenuto la maggioranza in 98 collegi in più) e si è affermato come forza di maggioranza relativa con il 36% dei voti e 306 seggi. Dunque: vince, ma è ancora lontano da quei 326 seggi che occorrono per avere una maggioranza assoluta e un governo sicuro. Perché Cameron vince ma non sfonda? Secondo John O'Sullivan, ex consigliere di Margaret Thatcher, gli inglesi non hanno ancora ben capito cosa voglia il nuovo leader conservatore: un candidato della destra britannica che non ha mai citato la Thatcher e ha preferito indicare come esempio presidenti americani di sinistra come Kennedy e Johnson, che ha abbandonato del tutto ogni riferimento alla religione per aprire ai nuovi diritti civili ed ecologici (unioni gay, adozioni single e lotta al global warming), che promuove il libero mercato ma vuol punire i banchieri, è un ibrido che i sudditi britannici, evidentemente, non riescono ad inquadrare. I nuovi conservatori hanno voluto seguire le mode del momento e non hanno più conservato quella fama di «partito grezzo» (rough party: che dice cose sgradevoli ma concrete), che si erano conquistati durante la rivoluzione della Thatcher. Anche in questo caso, i sudditi britannici hanno dimostrato di preferire realtà e concretezza alle mode del momento. Hanno ugualmente premiato un Cameron che propone tagli alle spese e alle tasse e vuole rimanere fuori da un'Unione Europea avvitata sulla crisi della Grecia. Non gli hanno dato piena fiducia, perché anche lui, pur moderatamente, cerca di inseguire le utopie del XXI Secolo.
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