Dopo la decisione dell’Ecofin di domenica notte il rapporto tra l’Unione Europea ed i suoi Stati membri sarà destinato a modificarsi. L’intervento contro la speculazione finanziaria è stato efficace. Le borse hanno reagito bene, facendo segnare, da subito, un record negli scambi seguito da ribassi di assestamento nei giorni successivi. La somma di 750 miliardi di euro costituisce un fondo di garanzia per le sorti dell'intera Unione. L'Europa che abbiamo vissuto, fino ad ora, si era proposta come il perimetro economico di una moneta in cui una burocrazia spesso macchinosa ed incomprensibile ha rappresentato l'unica manifestazione dell'unità. E' difficile unire popoli che affondano le loro radici nella storia dell'umanità, soprattuto quando non si determinano i fattori di comunanza culturale attraverso l'inserimento delle radici cristiane nella Costituzione europea. Non basta la nascita di istituzioni comuni per dar fiato ad un sentimento europeo che sia condiviso da tutti, ma serve affermare la cultura dei bisogni dei popoli per suscitare l'interesse generale nei confronti di una Unione che non si sente né comunità né Stato. La crisi economica non concede gradi di libertà alle politiche economiche degli Stati membri, che devono rispettare il patto di Stabilità senza trucchi. E questo comporta un ripensamento della spesa pubblica nazionale che per i Paesi che oggi si trovano in maggiori difficoltà si manifesta con il taglio degli stipendi del settore pubblico: sia in Grecia che in Spagna. La necessità della creazione di un Fondo di garanzia ha messo in evidenza, quindi, come alcuni Stati membri non siano in grado di difendersi dai venti della crisi. Ciò fa emergere una quesito di fondo sul rapporto che d'ora innanzi legherà l'Ue ai singoli Paesi membri: d'ora innanzi potranno essere più invasivi i controlli europei per salvaguardare i bilanci dell'Unione? La risposta non è scontata, poiché, se da un lato la supervisione sugli cosidetti Stati «serial sinners» (peccatori seriali) diverrà inevitabile, dall'altro estendere tale approccio a tutti i membri comporterebbe un maggiore peso dell'istituzione europea. UNo dei tratti distintivo dei Paesi europei rispetto agli altri nel mondo consiste nell'organizzazione dello Stato sociale, la cui spesa incide fortemente nelle casse del pubbliche. La crisi economica impone, di fatto, da un lato di varare provvedimenti orientati a soddisfare alcuni bisogni sociali irrinunciabili e, dall'altro, di tagliare tutte quelle spese che, in un periodo di vacche magre, non sono più sostenibili; gli Stati europei, dunque, si ritrovano ora in una condizione di austerity. Ma, in un contesto in cui, secondo quanto previsto da una delle ipotesi di revisione del Patto di Stabilità ora allo studio, le manovre finanziarie nazionali potrebbero passare preventivamente al vaglio dell'Europa, saranno Stati membri disposti a governare in una condizione di sovranità limitata? Fino ad oggi in Europa la politica monetaria e la burocrazia hanno creato un'immagine di un organismo istituzionale che sembra viaggiare al di sopra delle teste degli europei. Questo aspetto ha alimentato la diffidenza nei confronti dell'Unione europea, generando una disaffezione che si è sempre riscontrata nelle tornate elettorali europee: gli elettori votavano per istanze nazionali o, alla peggio, sull'onda emotiva antieuropeista. Eppure il progetto di unificazione è stata una scelta storica per il futuro degli stessi Stati dell'Unione. Se le nostre finanze reggono lo dobbiamo alla presenza dell'euro, che ci ha evitato rischi di fallimento. Si pensi al caso esemplare dello scandalo Parmalat, in che condizioni saremmo noi oggi se battessimo ancora la Lira come moneta di riferimento del nostro Paese? Chi, come la Grecia, ha tentato di falsare i conti, procrastinando il tempo della regolazione dei bilanci, si trova ora esposta ad una crisi sociale generata dall'acuirsi dei sacrifici economici che i greci dovranno sostenere oltre a quelli prodotti dalla crisi mondiale. Ma vi sono anche altri Paesi dell'Ue come la Spagna, l'Irlanda ed il Portogallo che potrebbero attingere al fondo di garanzia che l'Ecofin ha deciso di stanziare. E da questo scudo potrà partire un processo virtuoso se, però, l'economie nazionali riprenderanno la loro crescita. I Paesi membri hanno compreso che il sacrificio a cui saranno chiamati per aiutare gli altri Stati dell'Ue si coniuga con l'interesse della salvaguardia della propria integrità nazionale sul piano economico e sociale. I venti speculativi che solo i Global Legal Standard potranno limitare sovraespongono gli Stati e obbligano le loro classi dirigenti ad assumere decisioni sofferte, che uniscano l'interesse generale a quello particolare di ogni membro Ue. Oggi l'Europa si deve porre come vero soggetto politico ed economico all'interno dello scacchiere internazionale. Non si può indugiare. Grazie alla determinazione di Silvio Berlusconi, che nella lunga notte della riunione Ecofin è stato decisivo per l'accordo, oggi, respiriamo un'aria di ottimismo che ci da la speranza di poter uscire al più presto dalla crisi. Anche il presidente della Repubblica Napolitano ha lodato il ruolo dell'Italia, che si è fatta portatrice di una politica che si è posta oltre gli egoismi nazionali. Con l'avvento della crisi economica i singoli Stati hanno dovuto provvedere alla salvaguardia delle proprie economie; oggi, di fronte alle speculazioni finanziarie che hanno messo a rischio l'area euro, sono sempre gli Stati ad aver creato una garanzia per la difesa dei mercati con l'istituzione del Fondo di sicurezza. Ma il futuro dell'Europa non può che nascere dalla realtà dei bisogni dei suoi popoli, che dovranno essere capaci di coniugare il rispetto della regola centrale che fonda l'Ue, il Patto di Stabilità, con la loro crescita economica. L'Italia sta seguendo questa strada e l'ultima rilevazione, che testimonia una crescita del Pil dello 0,5%, superiore rispetto ad ogni altro Paese europeo, lo conferma. Condividi questo articolo      
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