E dire che a Genova, sabato 8 maggio, al convegno dedicato a «Don Gianni Baget Bozzo, tra impegno politico e profezia», si sarebbero potuti trovare parecchi spunti per rinverdire la memoria di un tale che le aveva azzeccate tutte. Un tale che, un anno fa, pochi giorni prima di morire, scriveva cose che oggi sono il pane della cronaca. Politica e non solo. Tipo: «Dal Pd mi aspetto la disintegrazione localistica, e questo è un problema per la tenuta nazionale». «Fini farà quel che fece Gronchi, cioè spostarsi a piccoli scarti verso la sinistra circumnavigando la destra». «Benedetto XVI contempla lo svolgimento della Chiesa come Corpo di Cristo. Naturalmente questo modo di guidare urta gli avversari della Chiesa e i tanti cattolici che hanno perso il gusto della profondità della loro stessa fede». La cronaca dei media si è accontentata della schiuma. «Ma Scajola dov'è?». Il forfait dell'ex ministro che avrebbe dovuto concludere il convegno ha deluso parecchi colleghi. Erika Dellacasa, per esempio. Che nell'incipit del suo articolo sul Corriere della Sera ha notato correttamente le «poche decine di persone che si sono ritrovate ieri nel grande spazio del Teatro dei Giovani» e rivelato che il vero scopo della corrispondenza era l'«Io» scajoliano. Ex ministro, sostiene il coordinatore ligure del Pdl Michele Scandroglio, che parrebbe sentirsi «vittima di un complotto». Altra ciccia? Il ricco spettegolare sul perché e il percome il grosso della eredità di don Gianni sia finita al professore e geriatra Patrizio Odetti. «Pensi un po' - dice a Tempi Odetti, fondatore e presidente del Centro studi intitolato a Baget Bozzo - parlo con un giornalista sul sodalizio che ci ha uniti per quarant'anni e quello, dopo una buona mezz'ora, mi chiede: «C'è stata solo amicizia o, mi scusi, qualcosa di più». Scusi? Ma vada all'altro paese». Vabbè. «C'erano solo poche decine di persone al convegno». Una cricca, si direbbe. La cricca di quelli che don Gianni lo hanno frequentato da amici. Odetti, appunto. E poi Alessandro Gianmoena, direttore di Ragionpolitica.it, Giovanni Tassani, che ha regalato a don Gianni in punto di morte la notizia del rinvenimento di un suo saggio sull'unità d'Italia che l'editore Cantagalli pubblicherà nel marzo 2011. E Paolo Del Debbio, che nel 1993 stese con don Gianni la magna charta di Forza Italia. E che del «più fidato mio consigliere», come scrive Berlusconi nella sua missiva al convegno, rivela pieghe di lucida follia. Rivela, per esempio, il progetto napoleonico annunciato dal Cavaliere a pochi e sbigottiti intimi: «I comunisti? Mani pulite? Che problema c'è? Ci sono io, vinco le elezioni, divento presidente del Consiglio e salvo l'Italia». Ricorda Del Debbio: «Siamo nel '93 e don Gianni dice: «E' dal 1948 che aspettiamo un Berlusconi, chissenefrega delle risate di Bobbio, il programma è già tutto scritto nel dna del popolo italiano e si riassume in una sola parola: libertà». C'era Claudio Leonardi, ultraottuagenario docente di letteratura latina anima gemella di don Gianni. Leonardi che fin dagli anni Cinquanta ebbe da don Gianni la confidenza della misteriosa «Voce» cui il prete si sottometteva: «Un giorno mi chiese di accompagnarlo a Santiago di Compostela, perché la "Voce" lo chiamava là. Un mese dopo aveva scritto Di fronte all'islam, il saggio per il quale ricevette un biglietto personale da papa Ratzinger». Condividi questo articolo      
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