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Numero 475
del 15/05/2012
Un governo di coalizione per la Gran Bretagna PDF Stampa E-mail
! di Stefano Magni
magni@ragionpolitica.it
  
mercoledì 12 maggio 2010

In Gran Bretagna è successo l'inconcepibile: il governo guidato dal premier conservatore David Cameron e dal vicepremier liberaldemocratico Nick Clegg, è il primo esecutivo di coalizione dai tempi della II Guerra Mondiale. Di fatto, si tratta del primo governo di coalizione in assoluto, perché quando i tedeschi minacciavano direttamente la sopravvivenza del Regno Unito (in entrambi i conflitti mondiali) un esecutivo composto da più partiti era giustificato dall'esigenza di un'unità nazionale per il pieno sostegno allo sforzo bellico. Questa è la prima volta, nella storia contemporanea britannica, in cui si assiste alla nascita di un governo di coalizione, in tempo di pace, per assenza di una maggioranza chiara. Per di più è un esecutivo costituito da due partiti, il Liberaldemocratico e il Conservatore, caratterizzati da due filosofie politiche molto differenti, opposte sotto molti aspetti.

Non è un caso che, al primo punto dell'agenda dell'accordo fra Tory (conservatori) e Lib-Dem vi sia proprio la riforma elettorale. I Tory non accettano automaticamente l'introduzione di un sistema proporzionale, né un dibattito solo parlamentare, come invece era richiesto dalla controparte. Si ricorrerà dunque a un referendum popolare, entro il primo anno di legislatura. Per rassicurare l'elettorato e soprattutto i mercati, una delle prime riforme da introdurre sarà la «blindatura» della legislatura: si ricorrerà di nuovo al voto fra 5 anni, per legge, il primo giovedì del mese di maggio del 2015. Già queste due azioni cambiano il volto della Gran Bretagna. Da un lato, la blindatura della legislatura la fa assomigliare di più agli Stati Uniti, che da secoli hanno una data fissa per le elezioni. Dall'altro, la proposta di introdurre il proporzionale, se dovesse essere approvata dai sudditi britannici, porrà termine al tradizionale bipolarismo britannico e darà più spazio ai partiti, togliendolo, almeno in parte, ai candidati e al loro legame territoriale con il proprio elettorato. Solo il tempo permetterà di giudicare la funzionalità di questo profondo cambiamento della democrazia britannica che, sinora, ha garantito il massimo della stabilità.

L'alleanza parlamentare fra Tory e Lib-Dem assicurerà una maggioranza schiacciante in Parlamento: i 306 deputati conservatori e i 57 liberaldemocratici conferiscono al gruppo una forza di 363 voti, ben superiore ai 326 richiesti. Ma i due partiti divergono su quasi tutte le questioni fondamentali, oltre che sulla loro filosofia politica di base (liberal-conservatrice per i primi, progressista per i secondi). I termini dell'accordo, infatti, non riguardano solo la proposta di referendum sulla nuova legge elettorale, ma anche i singoli punti programmatici. Sull'Unione Europea, i Lib-Dem, favorevoli all'ingresso della Gran Bretagna nell'eurozona, hanno accettato il punto di vista degli alleati Tory: nessun nuovo trasferimento di poteri da Londra a Bruxelles per tutta la durata della legislatura. I Conservatori, dal canto loro, avevano già rinunciato a sottoporre a referendum la ratifica del Trattato di Lisbona, come inizialmente avevano promesso al loro elettorato euroscettico. I Lib-Dem hanno rinunciato ad altri tre punti del loro programma: gli sgravi fiscali per le coppie sposate, i finanziamenti pubblici per le università (così da assicurare il loro accesso gratuito da parte delle categorie di studenti meno abbienti) e lo sviluppo di energie alternative al nucleare. In tutti e tre questi campi, i deputati liberaldemocratici si dovranno astenere dal voto. Clegg voleva anche abrogare il deterrente autonomo britannico, basato sui missili balistici navali Trident, ma Cameron non ha accettato questa posizione. Il compromesso prevede il mantenimento del programma di rinnovo del deterrente nucleare, previa valutazione della sua efficienza in relazione ai costi. Anche in tema di difesa, dunque, i Lib-Dem hanno sostanzialmente accettato il punto di vista degli alleati conservatori.

E su tutto il resto? «Sulla riduzione del deficit, la riforma fiscale - con l'eccezione dei provvedimenti sulle coppie sposate - l'immigrazione, le riforme politiche fondamentali, le modifiche costituzionali, le pensioni e il Welfare, l'istruzione, le libertà civili e l'ambiente, abbiamo raggiunto un accordo pieno». Lo ha assicurato alla Bbc, William Hague, che in questi due giorni ha svolto il ruolo di capo-negoziatore conservatore con gli alleati Lib-Dem.

Non sarebbe stata più naturale un'alleanza fra laburisti e liberaldemocratici? I due partiti sono entrambi progressisti e le loro differenze riguardano sfumature, non la sostanza politica. Ma un'alleanza fra le due sinistre britanniche non avrebbe consentito né una maggioranza, né una stabilità di governo. Sommando i seggi di Lib-Dem e Labour, infatti, non si arriva nemmeno a 326. I due partiti di sinistra avrebbero dovuto allearsi ancora con altri partiti minori, in particolare con quelli locali loro alleati: Alliance Party (nordirlandese, alleato con Nick Clegg), Plaid Cymru (gallese, alleato con Gordon Brown) e Snp (scozzese, vicino ai laburisti). Ma questi ultimi avevano già iniziato a chiedere eccezioni ai tagli alla spesa pubblica nelle loro regioni autonome. Si sarebbe venuto a creare, insomma, un governo troppo fragile e non in grado di rilanciare l'economia britannica. Alla fine i Lib-Dem hanno compiuto una scelta di stabilità, pur sacrificando gran parte del loro programma e delle loro aspirazioni. Sperando che in futuro vincano il referendum sulla riforma elettorale. Vittoria che, comunque, non è affatto scontata. Non è un caso che il malumore sia molto più diffuso l'elettorato liberaldemocratico, che non fra i conservatori.




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