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Numero 462
del 11/02/2012
IL CINEMA ITALIANO PDF Stampa E-mail
! di Sandro Bondi
@ragionpolitica.it
  
mercoledì 12 maggio 2010

Qualche giorno fa ho annunciato la mia decisione di non accogliere l’invito di partecipare al festival di Cannes, esprimendo il rincrescimento per la proiezione di una pellicola che strumentalizza il terremoto dell’Aquila senza alcun rispetto per la verità e per i sentimenti del popolo italiano. Non l’avessi mai fatto. Immediatamente si sono levati gli strali della sinistra, sia del coté politico che di quello culturale. Sono stato accusato di tutto: di non onorare la mia responsabilità di ministro, di nutrire un’idea autoritaria della politica, di voler soffocare la libertà della cultura, fino all’intenzione di voler boicottare il festival di Cannes e di meditare addirittura l’esclusione dei film francesi al prossimo festival di Venezia.
Una valanga di critiche che dovrebbero servire a zittirmi e a ridicolizzarmi, senza possibilità di replica. Invece, voglio dire la mia sul cinema italiano, a partire dalla polemica innescata dal film di Sabina Guzzanti, un’opera che spiega perché gli italiani votano Berlusconi. La caricatura di Berlusconi, si muove nel villaggio di tende de L'Aquila e erra nella città deserta, come un imperatore a fine regno. Una città devastata da un fortissimo terremoto. Lo spazio ideale - conclude la trama del film - per raccontare la deriva autoritaria dell’Italia e l'imbroglio dei ricatti, degli scandali, gli inganni e l'inerzia della classe politica, dei media e dei cittadini, che hanno paralizzato il Paese.Lasciamo stare ciò che la stragrande maggioranza del popolo italiano pensa del terremoto dell’Aquila e della prova che l’Italia ha mostrato al mondo in fatto di organizzazione, di solidarietà, di umanità.Lasciamo stare l’orrendo stravolgimento della verità, per cui un’esperienza dolorosa diventa il lugubre scenario di un’Italia in preda alla dittatura.
Ciò che mi interessa in questo momento è chiedere che cosa c’entra un film di questo genere con la cultura?E perché un italiano e anche un ministro non dovrebbero scandalizzarsi, indignarsi per la proiezione ad un importante festival cinematografico di un documentario che calpesta la verità e offre un’immagine distorta del nostro Paese?Infine: è possibile interrogarsi sul tipo di cultura che in Italia produce questo genere di film? Davvero un ministro non può esprimersi su un film? Davvero un ministro deve essere un semplice burocrate che non ha il diritto di intervenire nel dibattito culturale?Quando ho espresso un giudizio positivo sul film di Sorrentino Gomorra tratto dal libro di Saviano allora la sinistra ha gradito.
Perché non dovrei esprimere la mia opinione sul film di Sabina Guzzanti?Anzi voglio dire la mia anche sul cinema italiano, anche se verrò aggredito dalle vestali di una cultura che sa solo mettere all’indice le opinioni non autorizzate e che rifiuta lo stesso libero confronto.La disgregazione del rapporto tra intellettuali e popolo si esemplifica alla perfezione nel cinema, un’arte che permette ancora, in altre parti del mondo, di raccontare storie corali e che qui da noi invece è solo un succedaneo dell’ideologia. Non a caso, negli ultimi anni non c’è film italiano che vada al di là di una vuota e retorica forma di critica sociale oppure di un ombelicale rimestamento e di uno stantio individualismo; individualismo nel senso peggiore del termine, cioè non come esaltazione delle facoltà della singola persona, bensì trito soliloquio e auto compatimento delle proprie piccolezze.
Se questo è frutto di un certo nichilismo riscontrabile in ogni parte del mondo, in Italia lo slittamento valoriale è potenziato da una perniciosa commistione con la politica: di fatto la cultura egemone di sinistra ha da molto tempo abbandonato ogni idea di palingenesi e felicità pur materiale (come insegnava il marxismo), per rinchiudersi in un orizzonte minimale denso di recriminazioni, pessimismo e tristezza. Punto di vista dal quale è impossibile osservare e giudicare in modo positivo le conquiste sociali degli ultimi anni, il benessere comunque crescente, i passi in avanti di una democrazia liberale. Al contrario, la sinistra ha disegnato una sorta di controstoria italiana classista e dietrologica, quasi che ogni evento della nostra storia nazionale o fosse provocato da forze oscure e antidemocratiche, o fosse causa di una lotta tra buoni e cattivi, tra democratici e fascisti, ma non, come poi è in verità, semplice risultato della concordia, dell’amicizia, della lealtà, virtù che non sono mai mancate al nostro popolo. Quale che fosse il motivo, è palese che il cinema italiano da decenni sia viziato da questo tarlo: e se uno avesse la bontà di analizzare la recente cinematografia italiana si accorgerebbe che le storie raccontate al cinema rappresentano solo e semplicemente e in modo ossessivo la società in disgregazione, la famiglia in rovina, le relazioni più difficili e insensate, ma senza neppure quella pietà e ironia che avevano fatto grande la commedia degli anni Sessanta. Alla bonaria stigmatizzazione dei costumi di quegli anni splendidi del nostro cinema si è sostituita la rabbia, il cinismo della rappresentazione, la tracotanza dell’ideologia. Per questo motivo, nessun regista sa fare più la «commedia all’italiana», né quel grande cinema corale che fu il neorealismo dove le vicende più umili acquisivano un senso collettivo.
Potremmo dire che il nostro cinema non ha più nessun afflato epico, intendendo per «epica» quel genere letterario, un tempo solo della poesia, per mezzo del quale tutti i popoli hanno tentato di conservare la memoria delle proprie radici e trasformarla in patrimonio comune. Non essendo più capaci di produrre epica, cioè narrazione collettiva, i nostri intellettuali più chic e registi più glamour guardano con sospetto il cinema americano criticandone l’innato afflato patriottico, in cui persiste l’idea di eroe, cioè di individuo singolo dotato di straordinarie virtù, e il sentimento di destino comune che lega una nazione. Questo sguardo epico al cui centro sta l’eroe è quasi un cliché nella cinematografia americana fin dagli splendidi esordi di Frank Capra, un cliché che si sublima nel genere western, nel genere fantascienza, nel cinema di guerra, perfino in modo paradossale nel cinema di mafia. E tutto ciò qualora l’eroe sia di stampo classico e debba combattere a favore della nazione, o viceversa sia un antieroe in lotta contro il potere che governa (male) la nazione; non importa, alla base c’è la capacità del cinema americano di essere un formidabile generatore di valori e identità, un formidabile generatore di senso, di distinzione tra buoni e cattivi, di un destino sovra individuale in cui si smorzano le piccole tristezze della singola vita e trovano una loro compiutezza.
Senza arrivare ai classici del genere, basta ricordare un film recente di un grandissimo attore e poi regista come Clint Eastwood: «Invictus» in cui si narra la vicenda di Nelson Mandela alla luce di una partita di rugby in cui i Sudafricani dovranno ritrovare, al di là del colore della pelle, la loro coesione di nazione. Una pellicola da cui si comprende che gli americani sono capaci di rinnovare ogni volta il genere epico, di fare film che innalzano i sentimenti, aprono il cuore e elevano la mente a grandi ideali e principi, senza per questo cadere nel sentimentalismo e nella retorica. Cosa, come ho detto, che non appartiene agli ultimi decenni del nostro cinema, pieno di pessimismo e mestizia, incapace di raccontare grandi storie e grandi uomini (che pure esistono anche da noi), sempre alle prese con l’infelicità e le recriminazioni di un’Italia che viene rappresentata inverosimilmente solo con il luogo della volgarità e della bruttura e del latrocinio.
Sandro Bondi
Coordinatore nazionale del Popolo della Libertà
e Ministro per i Beni e le attività Culturali 



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