L'eruzione vulcanica dell'Eyjafjallajokull, che da qualche mese è in atto in Islanda, sta immettendo in modo imprevedibile nell'alta atmosfera nubi di polvere che sono portate a spasso per i cieli dell'Europa dalle correnti d'aria. Queste polveri sospese stanno condizionando il normale svolgimento del traffico aereo, perché rappresentano un pericolo soprattutto per i motori degli aeromobili, che rischiano di bloccarsi e far quindi precipitare gli aerei stessi. Per questo motivo, anche per diversi giorni ed in modo intermittente, in varie parti d'Europa gli aerei non possono volare, con ovvii danni per l'economia e disagi per i passeggeri. Comunque, siccome per ora la quantità di polveri liberate in atmosfera dall'Eyjafjallajokull non è significativa, non sono previste ripercussioni sul clima. Le polveri non determinano infatti - sempre per ora - alcun effetto oscurante riguardo ai raggi del sole che arrivano sulla Terra.
Le cose, però, non sono andate sempre così. Nel 1816, ad esempio, a provocare un'estate particolarmente fredda nell'Europa occidentale, nel New England e nel Canada, mentre la città di Ginevra registrava temperature così basse da non avere eguali nel periodo 1753-1960, è quasi certo che sia stata l'eruzione del vulcano Tambora, verificatasi nell'aprile 1815 nell'odierna Indonesia, nell'isola di Sumbawa. Questa eruzione - considerata superiore a quella più nota del Krakatoa del 1883, come risulta anche dai dati ottenuti dai ghiacci dell'Antartide, e con emissioni superiori di 100 volte a quelle del S. Helens (1980) - ridusse l'altezza del Tambora di circa 1.300 metri ed espulse dai 100 ai 300 miliardi di metri cubi di detriti e 200 milioni di tonnellate di acido solforico e provocò la morte di oltre 90 mila indonesiani, dovuta sia all'esplosione che alle pesanti carestie che fecero seguito al disastro. I climatologi classificano quell'eruzione come la più grande produttrice di polvere atmosferica dal 1600 ai giorni nostri.
A questo proposito va detto che le polveri, sommate all'aerosol di acido solforico che rimane attorno alla Terra nell'alta atmosfera, anche per parecchi anni, riflettono nello spazio la radiazione solare, per cui la quantità che di solito arriva sulla Terra ne risulta diminuita, e quindi questo potrebbe ben spiegare perché l'estate del 1816 fu particolarmente fredda. Inoltre, secondo una teoria che risale alla metà degli anni Novanta del secolo scorso, comparsa sul Geographical Magazine, autorevole rivista pubblicata dalla Società Geografica Britannica, fu proprio l'«esplosione» del Tambora - che appunto immise nell'alta atmosfera grandi quantità di sostanze - che rese il mese di giugno del 1815 particolarmente piovoso soprattutto nel nord Europa. Secondo il geologo Kenneth Spink, sul Belgio, ad esempio, nel mese di giugno sarebbero dovuti cadere al massimo 76 mm. di pioggia; invece in quell'anno vi fu un vero e proprio diluvio che allagò le campagne di questo paese.
Il riflesso di questa situazione fu un fatto di non poco conto: infatti Napoleone, il 18 giugno 1815, aveva previsto di raggiungere la piana di Waterloo (in Belgio, appunto), dove già c'erano le armate di Wellington, passando per i campi, che però le piogge avevano trasformato in acquitrini, e quindi fu costretto a percorrere le strade pavimentate con ciottoli, dove era possibile far passare i cannoni da 246 e ciò comportò un ritardo nello spiegamento dei 72 mila uomini dell'armata francese, molti dei quali avevano passato la notte a cavallo. Cosi, mentre i 68 mila uomini di Wellington avevano potuto riposare all'asciutto sulla parte alta del crinale di Waterloo, la maggior parte dei francesi arrivò sul campo di battaglia, ed all'appuntamento con la storia, esausta. Infine Napoleone fu costretto a ritardare l'ordine d'attacco dalla mattina a mezzogiorno, nella speranza che il terreno asciugasse un po'. Questo fu il colpo di grazia, perché consentì alle truppe guidate dal prussiano von Blucher di raggiungere la piana di Waterloo e di attaccare l'esercito francese da nord-est, determinando così la sconfitta di Napoleone.
L'eruzione del Tambora comunque non fu l'unica, in quel periodo: nel 1812 esplose con violenza il vulcano Soufrière nei Caraibi, come pure l'Awu in Indonesia; nel dicembre 1813 il Vesuvio in Italia e a fine gennaio 1814 il vulcano Mayon, nelle Filippine, entrarono in attività. Tutte queste eruzioni sputarono enormi, impressionanti quantitativi di cenere e polvere nell'atmosfera - oltre inimmaginabili quantità di gas serra (molte ma molte di più di quelle che annualmente immette nell'aria attualmente l'uomo) e contenenti pure cloro - producendo così un denso velo di polvere vulcanica nella stratosfera. Questo velo, ovviamente, schermò una discreta parte dei raggi solari negli anni successivi, provocando così uno dei periodi dal clima più freddo della - già di per sé fredda - «piccola era glaciale» (1300-1850), quando il Tamigi ghiacciava regolarmente. Piccola era glaciale che era succeduta al periodo caldo medievale (800-1300), in cui la temperatura era superiore mediamente di circa 1,5-2 °C rispetto ad oggi e la vite era coltivata anche in Inghilterra. Il tutto - si noti bene - senza che l'uomo avesse alcuna responsabilità. Il pianeta conobbe quindi un'epoca di estati mancate ed inverni freddissimi, che ebbero come conseguenza scarsissimi raccolti e un impoverimento importante di vastissime aree, con conseguenti luttuose carestie. Questo super freddo che colpì l'Europa a causa delle eruzioni vulcaniche contribuì, proprio con l'aiuto del Generale Inverno, a determinare pure la sconfitta della Grande Armeé francese napoleonica, nella disastrosa campagna di Russia del 1814, a cui poi seguì la disfatta di Waterloo prima ricordata, nell'anno successivo. Inoltre il 1816, l'anno successivo all'eruzione del Tambora, fu poi ricordato come l'anno senza estate.
Questa terribile e non unica forza della natura, in grado di sconvolgere il clima e di contribuire a far cambiare il corso della storia e non solo, dovrebbe far riflettere tutti quelli che attribuiscono alle attività umane il potere - assolutamente marginale, visti i valori emissivi di queste eruzioni e considerato che i vulcani attivi sulla Terra sono oltre 1.500 - di portare catastrofici sconvolgimenti climatici prossimi venturi. Il periodo caldo medievale, oltretutto, è lì a dimostrarci che un riscaldamento, in tempi relativamente recenti, c'è già stato e non ha portato che benefici per l'umanità - a differenza invece dei raffreddamenti - e niente fa pensare che in futuro le cose vadano diversamente. Basta comunque sapersi organizzare, usando le risorse economiche disponibili in modo intelligente, per ottenere un rapporto costi-benefici positivo, che non è di certo quello previsto dal Protocollo di Kyoto.
Condividi questo articolo      
|