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Numero 475
del 15/05/2012
Nella crisi della Thailandia scorre anche il sangue italiano PDF Stampa E-mail
! di Gabriele Cazzulini
cazzulini@ragionpolitica.it
  
mercoledì 19 maggio 2010

Un paradosso mortale: quando in Italia si festeggia Garibaldi e l'unità d'Italia, in Thailandia, quasi agli antipodi, un fotoreporter italiano è ucciso negli scontri tra esercito e un movimento di opposizione armata battezzato proprio «camicie rosse». Si chiamava Fabio Polenghi e seguiva i peggiori disordini della storia thailandese per conto di una rivista occidentale. Nonostante indossasse giubbotto e casco di protezione, è stato ferito proprio all'addome. Inutili i soccorsi.

Nel marasma politico della Thailandia si conferma l'incognita della stabilità democratica, ben simboleggiata da diciotto costituzioni susseguitesi negli ultimi cinquant'anni. Gli scontri in cui è caduto Polenghi durano a fasi alterne dal 2008 e rappresentano lo stato di tensione permanente che contrappone élites reali e militari in sostegno al governo e movimenti di opposizione che invocano lo scioglimento del Parlamento e nuove elezioni. Difficile applicare le categorie politiche dell'Occidente ad un contesto volatile e propenso a subitanei capovolgimenti dove gli accordi e le tregue durano dal mattino alla sera. E' il caso dell'accordo stipulato lo scorso 3 maggio tra le parti in conflitto, ma poi annullato per richieste reciproche e veti incrociati, oltre che per la frammentazione delle forze in campo.

Al contrario dello stereotipo culturale occidentale, il sud-est asiatico è una terra profondamente sanguinaria e legata a conflitti ancestrali, che si sommano alle tensioni di una modernità che galoppa a ritmo accelerato. Da una parte lo sviluppo imperioso di un capitalismo senza veri regimi democratici; dall'altra una società strutturata per famiglie e clan che riproducono nei secoli un modello castuale e perciò a bassa mobilità sociale. Perciò i disordini degli ultimi mesi raffigurano scenari da rivoluzione francese, con eruzioni di violenza e aggressività troppo a lungo represse. L'esercito non hai mai avuto troppe remore a premere il grilletto davanti alle folle.

I cicli politici sono scanditi spesso da tribuni del popolo che premono, con arguzia ma anche con malizia, sul grosso della popolazione agricola che vive a livelli di povertà e arretratezza di fronte alle minoranze baciate dal benessere straripante della capitale - è il caso paradigmatico dell'ex primo ministro Thaksin, che ha infuocato gli animi dei ceti meno abbienti solo per scatenare conflitti tra le istituzioni, finire defenestrato per una sentenza della corte suprema e ricorrere alle masse per scardinare a sua volta il governo eletto solo da un voto parlamentare e non da un'elezione popolare.

E poi le Camicie Rosse, qualcosa a metà strada tra movimento per i diritti civili, partito politico, guerriglia armata. Questa è la Thailandia, con le sue ataviche contraddizioni, luogo di morte di un fotoreporter che voleva far capire al mondo




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