La crisi greca, e il rischio che essa possa contagiare tutti i paesi appartenenti all'eurogruppo, ha aperto una fase nuova, una fase di concertazione della politica economica europea che ha posto, come comune denominatore a livello dei singoli Stati, l'imperativo del rigore e dell'austerità. In sostanza lo shock scatenatosi sull'Europa a causa delle criticità di Atene, oltre ad aver ricompattato l'Unione europea attorno alla necessità di difendersi dagli attacchi messi in campo dalla speculazione finanziaria internazionale, ha determinato anche una reazione da parte dei singoli governi, i quali, ora più che mai, si stanno adoperando in una massiccia e coordinata operazione di riduzione dei rispettivi deficit e debiti pubblici.
E così accade che in Gran Bretagna, dove gli effetti della crisi mondiale si sono fatti sentire in maniera più pesante che in Italia per effetto di una forte finanziarizzazione dell'economia inglese, il nuovo Governo appena insediatosi si appresti a presentare una manovra di «emergenza» che farà leva su un taglio netto di 6 miliardi di sterline sulla spesa pubblica, un'operazione necessaria per dare una boccata d'ossigeno ad un'economia, quella britannica, che deve fare i conti con un deficit di bilancio pari a 163 miliardi di sterline.
Anche la Germania, il Paese più forte dell'Eurozona, ha avviato una politica all'insegna del rigore, decidendo di inserire nella propria Costituzione una disposizione in cui si dispone l'obbligo di ridurre il deficit di bilancio di 10 miliardi di euro, portandolo allo 0,35% (rispetto all'attuale 5%) entro il 2016, eliminando i debito dei lander entro il 2020. Secondo questi vincoli, fissati, come detto, addirittura nella Carta costituzionale tedesca, il Governo dovrà elaborare delle politiche che consentano di iniziare a risparmiare già a partire dal 2011.
Anche l'Italia, come il resto dei Paesi europei, si appresta a varare, per il biennio 2011-2012, la sua manovra finanziaria, una manovra che il Governo, per voce di Tremonti, ha intenzione di impostare in «chiave etica», una connotazione, quella che il Governo intende dare ai provvedimenti che verranno adottati per il il bilancio pubblico, che vuol rappresentare anche una forte presa di posizione dell'Esecutivo nei confronti della delicata situazione attuale, che vede cricche di spregiudicati personaggi arricchirsi ai danni dei cittadini e un numero elevato di evasori fiscali campare sui sacrifici di altri. Dunque, come ha rimarcato Tremonti, «si darà a chi ha bisogno e si toglierà a chi non ne ha, riducendo i trasferimenti che non hanno ragione di essere e l'uso distorto del denaro pubblico».
Come ha tenuto a sottolineare il ministro dell'Economia, dunque, a essere nell'occhio del ciclone non saranno i cittadini onesti, bensì coloro che continuano ad ingannare lo Stato danneggiando i bilanci del Paese, falsi invalidi ed evasori su tutti. Nessun intervento, dunque, andrà a scapito dei cittadini più deboli, e in ogni caso non verranno aumentate le tasse, così come non è previsto alcun stravolgimento del comparto pensionistico, un settore che, dopo che è stato compiuto l'adeguamento alle condizioni demografiche e alla speranza di vita, è uno dei più stabili d'Europa e quindi al massimo potrà subire solo qualche piccola revisione.
Dunque, siccome è inevitabile che il Governo dovrà per forza liberare risorse per poter dare corpo alla manovra in esame, è inevitabile che esse andranno racimolate tagliando tutte quelle spese improduttive e ingiustificate la cui portata, in Italia, è talmente ampia da consentire allo Stato di intervenire senza creare effetti recessivi sull'economia. Il taglio del 5% dell'indennità dei parlamentari, come ha giustamente sostenuto Tremonti, non è che l'antipasto di un'operazione che, sotto il profilo dei tagli, si annuncia ben più ampia e consistente e che prevede un consistente ridimensionamento della mano pubblica.
Certo, in una situazione di crisi come quella attuale non basterà solamente ridurre le spese e tagliare i privilegi, ma sarà fondamentale far ripartire il sistema economico e ricominciare a crescere. Per un Paese esportatore come l'Italia la svalutazione dell'euro può produrre un vantaggio competitivo tale da favorire sicuramente il nostro export, che rappresenta un punto di forza della nostra economia. Già nel primo trimestre di quest'anno le esportazioni hanno dato segnali molto positivi, facendo registrare una crescita del 17%; anche il sistema industriale, nel suo complesso, è in ripresa. Se a ciò aggiungiamo le positive stime del Fondo Monetario Internazionale e del Regional Economic Outlook per l'Europa, da cui è emerso che il rapporto deficit-pil italiano, che si attesterà intorno al 5,2%, è uno dei più virtuosi d'Europa e che il il nostro sistema occupazionale ha tenuto molto più che in altri Paesi, non possiamo che guardare al futuro con qualche spriraglio di luce e di speranza.
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