Un fantasma si aggira per Cannes. E' la coscienza del regista iraniano Jafar Panahi: avrebbe dovuto essere presente, in qualità di giurato, al Festival del cinema, ma ha potuto mandare solo un sms, dalla sua cella, in una prigione iraniana. Nel piccolo messaggio telefonico, il regista, che per protesta ha iniziato questa settimana uno sciopero della fame, ringraziava tutti coloro che si sono mobilitati per la sua liberazione. Il ministro dei Beni Culturali italiano, Sandro Bondi, è tra questi. «Poco meno di un mese fa, in occasione di una proiezione speciale del film Il Cerchio di Jafar Panahi, organizzata a Roma dall'onorevole Fiamma Nirenstein - si legge nel comunicato del ministro - avevo condannato il regime autoritario iraniano, che reprime ogni forma di dissenso e sotto il cui giogo è tenuto da decenni un popolo che sempre più con forza anela alla libertà. La tragica vicenda del regista Panahi - prosegue Bondi - ha ormai assunto un rilievo mondiale, anche dopo l'accorato appello dei suoi colleghi lanciato ieri durante il Festival di Cannes. La permanenza in carcere di Panahi è uno scandalo a cui l'Europa deve reagire, poiché dimostra incontrovertibilmente che il regime iraniano ha imboccato la strada della repressione più brutale nei confronti di ogni espressione di libertà da parte dei giovani, delle donne e degli uomini di cultura. Questo, come ho già scritto, evidenzia da un lato la debolezza del regime ma, dall'altro lato, richiede da parte di tutti i paesi democratici un sostegno e una solidarietà attiva e costante per far prevalere la richiesta di democrazia che sale sempre di più dalla società iraniana, ormai stanca di subire vessazioni. Con questo spirito - conclude Bondi - rivolgo a tutti i colleghi ministri della Cultura europei l'invito a sottoscrivere con me una formale richiesta al governo iraniano di liberazione immediata di Jafar Panahi». Già premiato con il riconoscimento speciale della giuria a Cannes, Leone d'Oro a Venezia per il film Il Cerchio e Orso d'Argento a Berlino per Offside, Panahi è uno dei più stimati registi iraniani in tutto il mondo. Non nel suo paese, dove la censura impedisce al pubblico di vedere i suoi lavori, perché è considerato un sovversivo. Il Cerchio parla della condizione femminile in Iran: storie parallele di donne braccate dallo Stato e dalle loro famiglie, maledette perché tollerate solo come cittadine di serie B, quasi del tutto prive dei diritti più elementari, considerate indegne di vivere se non obbedienti ai canoni religiosi, morali e legali di una società totalitaria islamica. La donna e i suoi diritti negati sono anche al centro della commedia Offside, che ci mostra un gruppo di ragazze che tentano di «infiltrarsi» allo stadio per assistere alla partita di qualificazione ai Mondiali 2006. Assistere, assieme ai maschi, in Iran è reato. Sono storie di segregazione e apartheid di genere che, per le autorità di Teheran, non devono essere mostrate. Il loro autore è un pericolo per la stabilità della Repubblica islamica. Ed è per questo motivo che il 1° marzo scorso uomini dei servizi segreti iraniani hanno fatto irruzione nella sua casa, mentre era in corso un ritrovo di amici e colleghi. Assieme al regista sono state portate via la moglie, la figlia e altre 15 persone. Fra queste risulta anche il regista Mohammad Rasoulof, 36 anni, anch'egli giudicato troppo critico nei confronti del regime. Le forze di sicurezza di Teheran tenevano già da tempo nel mirino Jafar Panahi. Lo avevano fermato (per poche ore) a luglio assieme alla moglie Tahereh Saidi e alla figlia Solmaz, mentre prendeva parte ad una commemorazione per Neda Aqa-Soltan, la manifestante uccisa diventata un'icona del movimento di protesta. Al regista era stato imposto il divieto di espatrio e lo scorso febbraio non ha potuto presenziare al Festival di Berlino, dove era invitato. A Cannes, martedì scorso, un altro grande regista iraniano, Abbas Kiarostami, ha cercato di sensibilizzare l'opinione pubblica internazionale al caso del suo collega: «Voglio parlare di un tema davanti al quale non possiamo restare indifferenti e non esprimerci», ha detto Kiarostami. «E' il cinema che è messo in pericolo e per questo mi sento profondamente rattristato per la situazione», ha aggiunto il regista. «Quel che si può dire con certezza è che il fatto che un cineasta venga imprigionato è in sé qualcosa d'intollerabile». Solo una mobilitazione massiccia delle democrazie occidentali può spingere il regime ad arrivare a più miti consigli. Se non altro sarebbe un gesto utile per dare coraggio a quanti, in Iran, resistono contro la tirannia che li opprime. Condividi questo articolo      
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