Una manovra di rigore nel nome dell'interesse nazionale, un pacchetto di misure volto a ridurre il perimetro dell'area pubblica tutelando al contempo i livelli di stato sociale: ecco la risposta del Governo per difendere il suo sistema economico-finanziario, e quello dell'area euro, dall'esposizione alla speculazione finanziaria mondiale. Un provvedimento, quello licenziato martedì dal consiglio dei Ministri, che non può e non deve essere letto esclusivamente come un insieme di misure contingenti volte a scongiurare l'effetto domino della crisi greca sul nostro Paese, ma che va interpretata come un'operazione strutturale per «ripulire» gli ingranaggi della macchina pubblica dagli agenti corrosivi che, negli anni, hanno contribuito ad «ingrassare» il buco di bilancio del nostro Stato. L'andamento tumultuoso della finanza mondiale, i cui effetti nocivi si stanno riverberando sull'euro sistema, stanno imponendo a tutti i Paesi europei di cambiare passo: paradossalmente la crisi attuale potrebbe costituire un'opportunità, uno spartiacque per il futuro di un'Europa più forte e in grado di rivendicare nel mondo un ruolo più politico e di indirizzo. In questo momento il compito degli Stati, entro la cornice dell'Unione europea, è da una parte quello di concertare insieme agli altri il quadro dei parametri di riferimento del Patto stabilità europeo - che peraltro verrà modificato e reso più rigido per far fronte all'emergenza -, dall'altra è quello di avviare una fase di svolta, che si sostanzia soprattutto nella riduzione dell'intervento della mano pubblica in quei settori dove si sono annidati i maggiori sprechi. Il provvedimento appena varato dal consiglio dei Ministri, dunque, si inserisce nel solco tracciato dall'Europa, sostanzialmente in linea con le politiche portate avanti da Germania (dove si punta a ridurre la spesa di 10 miliardi all'anno dal 2011 fino al 2016), Francia (dove sono previsti tagli di 100 miliardi in tre anni) e Inghilterra (dove si interverrà con tagli di 7 miliardi di euro). Il nostro Governo, con questa manovra, ha voluto operare «un'intensa discontinuità di sistema», sfidando la vischiosità di un modello di gestione che ha finito sempre per procrastinare i problemi: non abbiamo a che fare, dunque, con una finanziaria tappabuchi come quelle di qualche anno fa, quando c'erano governi che spesso fingevano di ridurre il debito pubblico aggiungendo qualche piccolo balzello o varando provvedimenti simbolici e fittizi. Ora siamo di fronte ad un'altra realtà, molto più amara purtroppo, che ci impone di eliminare tempestivamente tutte quelle spese improduttive che non sono più sostenibili, una realtà che esige una lotta, con mezzi sempre più efficaci, ad un'evasione fiscale che, in epoca di crisi, ha raggiunto 120 miliardi di euro, e che si concentra in gran parte sui consumi, dove il gettito, che dovrebbe garantire il 9-10% del Pil, ne frutta solo il 6%. Anche i Comuni potranno partecipare, in chiave federalista, alla lotta all'evasione e ai benefici che ne deriveranno in termini di gettito. Così come le famiglie, quando sono in difficoltà, non esitano a stringere la cinghia, anche lo Stato, in tutte le sue componenti, non può esimersi dal compiere finalmente una vera e propria svolta nella gestione della cosa pubblica: un percorso obbligato che, secondo un approccio responsabile, andrà a colpire ciò che non è mai stato toccato sino ad ora, i costi degli apparati politici e partitici, che saranno utilizzati a fini sociali andando a finanziare la cassa integrazione. Non solo, anche l'amministrazione pubblica, sia centrale che periferica, dovrà fare la sua parte. Anche perché l'Europa, con il nuovo Patto di Stabilità che verrà varato a breve, assumerà un atteggiamento più rigido sui conti, sanzionando chi dovesse sforare i parametri di deficit consentiti con una riduzione dei fondi europei. Per questo motivo anche gli Enti locali dovranno fare dei sacrifici. Le Regioni saranno chiamate a operare tagli di 10 miliardi di euro in due anni, mentre Comuni e Province dovranno risparmiare 1,5 miliardi nel 2011 e 2 miliardi nel 2012: al bando, dunque, le consulenze inutili e le eccessive spese di rappresentanza. Ridurre il debito pubblico, dunque, diventerà un imperativo categorico non più retorico, ma effettivo. E per ottenere questo obiettivo, è bene sottolinearlo, non saranno aumentate le tasse. Certo, i provvedimenti varati non faranno sconti a nessuno, ma, non colpendo il potere d'acquisto, non avranno un impatto recessivo. I 24 miliardi della manovra, che sarà spalmata su due anni, serviranno a correggere i conti pubblici dello 0,8% del Pil sia nel 2011 che nel 2012. Come? Oltre agli interventi citati in precedenza sono previsti anche congelamenti per quattro anni degli aumenti contrattuali dei dipendenti pubblici - che sono quelli che non hanno subìto i venti della crisi e i cui emolumenti sono cresciuti negli ultimi anni più dell'inflazione (dal 2006 ad oggi sono costati allo Stato 12 miliardi in più e pesano sul bilancio annuale per 170 miliardi) -, aumenti delle aliquote fiscali sui bonus dei manager; non solo, vi sarà anche la rimodulazione delle finestre pensionistiche, la razionalizzazione catastale degli immobili dichiarati entro il 31 dicembre (con riduzione di un terzo delle sanzioni), la lotta ai falsi invalidi e l'eliminazione di alcuni enti inutili. Il primo giudizio espresso dal presidente della Commissione europea Barroso sui provvedimenti del nostro Governo, secondo cui «gli sforzi che sta facendo l'Italia per risanare i conti pubblici vanno nella giusta direzione», è stato sicuramente positivo, così come la valutazione espressa dal Fondo Monetario internazionale. Questa manovra, che rappresenta una svolta epocale, è frutto degli errori esiziali commessi nel passato dai politici della Prima Repubblica, che non hanno voluto gestire, per motivi politici e di consenso, la Cosa pubblica con gli stessi canoni con i quali si dovrebbe gestire un bilancio famigliare: il risultato è stato che, dal 1980 al 1992, è stato moltiplicato il debito pubblico per otto. Nessuno, sino ad ora, aveva avuto il coraggio di operare scelte che, sebbene appaiano drastiche per chi fino ad ora ha goduto di privilegi e di assistenzialismo, sono oggi fondamentali per il futuro del nostro Paese. L'Italia, nel suo complesso, sarà sì chiamata a fare sacrifici, ma è importante che compia questo percorso unita, nel nome del supremo interesse nazionale. In occasione dell'anniversario dei 150 anni dalla sua nascita, questo periodo storico sembra richiamare il nostro Paese ad una sorta di rinascita. Condividi questo articolo      
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