Il copione è quello più classico: la battaglia navale. Un sottomarino nordcoreano silura e affonda una corvetta sudcoreana. La trama può essere avvincente, ma la realtà non è così cinematografica. La corvetta affondata lo scorso 26 marzo, la Cheonan, con 46 marinai a bordo, era specializzata nel pattugliare le coste per rilevare attività di sottomarini. A quanto pare, deve avere svolto così bene il suo servizio da finire a picco dopo essersi spaccata in due - anche se la classe Yeono di sommergibili nordcoreani non è affatto un'arma micidiale. Eppure in mare il destino è una forza irresistibile. Infatti, poco più di dieci anni fa, nel giugno 1999, proprio la Cheonan era stata ingaggiata in una seria di micro-incidenti navali con la Nord Corea al largo dell'isolotto di Yeonpyeeong. Non fosse stato per l'affondamento, tra nove anni, nel 2019, la Cheonan sarebbe andata in disarmo.
Le operazioni di recupero si sono dimostrate altamente pericolose. Per oltre due settimane una flotta di una ventina di navi militari sudcoreane ed americane si è cimentata di fronte alle onde selvagge del Mar Giallo. Ma alla fine è stata recuperata la carcassa della Cheonan. Ma ancora più sorprendente è stato il recupero dello scheletro del siluro che avrebbe affondato la corvetta. Dalla vittima all'arma del delitto e subito alle impronte dell'assassino - un numero in Hangul, l'alfabeto comune alle due Coree. Tutto questo è uscito dalla bocca del ministro della Difesa di Seoul, Kim Tae-Young, che è anche il capo di stato maggiore dell'esercito.
Se i nordcoreani volevano un pretesto per scatenare una crisi, non potevano trovarne uno migliore. Forse troppo. Forse qualcosa non va. Chi commette un delitto non vuole farsi scoprire. Non così in fretta e non con la pistola, o il cannone, ancora fumante. Altrimenti dev'esserci un motivo per cui il rischio di scatenare una rappresaglia militare, quasi certamente la causa di un devastante effetto domino, vale comunque un beneficio di qualche tipo. Ma quale? La reazione di Pyongyang è stata altrettanto intransigente. E' la dimostrazione che il Nord cerca un'occasione di scontro col Sud. Dal respingere le accuse, il Nord è immediatamente passato alle ritorsioni, espellendo personale economico sudcoreano dopo che Seoul aveva interrotto ogni cooperazione.
Allora l'obiettivo è già stato centrato: ritornare all'isolamento dal Sud oppure seminare il panico nel Sud Est asiatico per poi ottenere ricompense in un'altra partita, ancora più importante che i rapporti col Sud: il nucleare. L'11 maggio, pochi giorni prima di questa escalation diplomatico-militare, Pyongyang annuncia di aver raggiunto una scoperta epocale nella ricerca sull'energia dell'atomo. Sarebbe una reazione nucleare che permette di ottenere energia pulita senza limiti. Pare sia un traguardo mai raggiunto. Ma l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica ha subito considerato allarmante questa scoperta. Dal plutonio prodotto nelle centrali di Yongbyon, dopo decenni la Nord-Corea è passata all'uranio, il cui arricchimento nello scorso settembre ha raggiunto l'ultimo ciclo. Il messaggio è chiaro: la Nord Corea padroneggia la tecnologia nucleare e secondo gli americani già dispone di un massimo di sei armi nucleari. Di tutti i logoranti negoziati internazionali per staccare la spina al nucleare nordcoreano non è rimasto più nulla.
Il rischio c'è. La Corea del Nord intende alzare la tensione per poi accettare la distensione in cambio dell'accettazione di un completo arsenale da guerra atomica. Il tempo resta la variabile decisiva. Fino a quando il Nord giocherà nel ruolo del cattivo? Forse fino al momento in cui darà al mondo una cattiva notizia - «Siamo padroni del nucleare» - e il mondo, a cominciare dagli Usa, dovrà moderare i toni. Per quanto possa sembrare strano, le dittature odiano le guerre perché le guerre finiscono sempre con l'abbattere il dittatore.
La Nord Corea vuole semplicemente vivere in eterno. E' impossibile, ma a Pyongyang non resta che sognare. L'importante è che il mondo non viva un incubo.
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