Un doppio attacco suicida, il 28 maggio, ha insanguinato le strade di Lahore, nel Punjab pakistano. Due commando di terroristi hanno preso di mira le moschee Dar-ul-Zakir e di Bait-ul-Noor, che come tutti i venerdì erano gremite con duemila persone, tutte appartenenti ad una minoranza musulmana, gli Ahmidi. Il bilancio finale parla di ottanta morti ed un centinaio di feriti, dopo più di tre ore di guerriglia urbana con violentissimi scontri tra i terroristi e le forze di sicurezza; ma l'obiettivo più importante, solo in parte raggiunto, era chiaramente dimostrare la vitalità dei Talebani in Pakistan e la capacità di attaccare qualunque obiettivo. In realtà la reazione delle forze di sicurezza pakistane è stata rapida ed ha consentito di ridurre il numero delle vittime, ma indubbiamente la visibilità ottenuta dai terroristi è stata importante.
In questo modo i Talebani hanno voluto rispondere ai continui attacchi americani su suolo pakistano, effettuati principalmente con l'uso di droni, il cui impiego è cresciuto sensibilmente sotto l'amministrazione Obama, ed hanno dato un segnale chiaro al governo di Islamabad, che recentemente ha ricevuto la visita degli inviati del presidente statunitense. Il generale James Jones, national security adviser del presidente Obama, e Leon Panetta, direttore della CIA, hanno riportato ad Islamabad le preoccupazioni di Washington sulla situazione in Pakistan, cresciute particolarmente dopo lo sventato attentato di Times Square. Le prove che Faisal Shahzad si fosse addestrato per diversi mesi in Pakistan sono inconfutabili, e gli inviati americani hanno voluto dare un avvertimento al governo di Islamabad: qualora le tracce di un attentato su suolo statunitense dovessero portare al Pakistan, le conseguenze sarebbero devastanti.
Al bastone i negoziatori di Obama hanno affiancato la carota, proponendo di intensificare la collaborazione dell'intelligence già avviata a marzo, quando una folta delegazione di ufficiali pakistani si recò a Washington proprio per definire i contorni di un accordo di collaborazione. Allora il risultato fu di stabilire un joint military intelligence center nei sobborghi a nord-ovest della città di Peshawar; oggi la richiesta americana è di intensificare ulteriormente i rapporti e di stabilire un nuovo centro operativo vicino a Quetta, una delle principali roccaforti talebane in Pakistan. Non solo, gli americani hanno anche chiesto di avviare un'offensiva nel Waziristan del nord, dove risulta essersi addestrato Shahzad e dove sono dislocati numerosi campi di Tehrik-i-Taliban Pakistan.
Ora è arrivata la risposta dei Talebani, che da un lato intendono dimostrare al governo pakistano quali sarebbero le conseguenze di un nuovo accordo tra Islamabad e Washington, ma dall'altro gli ricordano che il problema del terrorismo non riguarda solo gli Stati Uniti e l'Occidente, e che le offensive nel Waziristan del sud e nella Swat Valley non hanno cancellato la minaccia talebana contro il governo di Islamabad. E' bene, dunque, che il presidente Zardari intensifichi gli sforzi e dia una risposta chiara alle proposte americane, dimostrando di stare dalla parte del suo popolo, contro i terroristi.
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