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Numero 475
del 15/05/2012
Scuola. Quando la sinistra voleva abolire la cultura classica PDF Stampa E-mail
! di Aldo Vitale
vitale@ragionpolitica.it
  
martedì 01 giugno 2010

Un famoso passaggio di George Orwell, che in 1984 ha brillantemente cristallizzato contro il socialismo, in forma letteraria, un j'accuse lungo quanto i decenni della tirannia sovietica, così recita: «Chi controlla il passato, controlla il futuro; chi controlla il presente, controlla il passato». A questo principio ha obbedito e obbedisce tuttora la storiografia di sinistra che, con strabiliante abilità mistificatoria, approfitta dell'anemica memoria del popolo italiano.

Mentre, infatti, in questi giorni si appropinqua la riforma della scuola, nella speranza che si possa mettere un po' d'ordine dopo le scorrerie vandaliche dei governi di sinistra, proprio questa si straccia le vesti gridando allo scandalo ed affilando le solite lame della demagogia che tanto predilige. A seguito di una breve ricognizione storica qui di seguito riproposta, vien da chiedersi come possano gridare allo scandalo certi ambienti progressisti, se proprio le forze di sinistra ed i suoi intellettuali, che spesso oggi si ergono ad unici difensori della cultura classica, sono sempre stati, per la cultura umanista e la scuola italiana in genere, il tarlo più micidiale e venefico che si possa ricordare.

La sinistra, infatti, non ha mai affrontato, nemmeno oggi che presume di essersi affrancata da ogni retaggio con il passato comunista, una riforma della scuola senza restare ingolfata nel pantano ideologico che così nel profondo la sostanzia. Tra i tanti esempi, sembra facile ricordare la lotta che il PCI condusse per decenni contro la cultura umanistica e classica, cominciando dalla esasperata ed esasperante velleità - purtroppo in parte soddisfatta con il tempo - di veder cancellato il latino dalla scuola. I più maturi l'avranno forse dimenticato ed i più giovani non l'avranno mai saputo, ma tutti si chiederanno a questo punto perché tanto astio nei confronti delle discipline umanistiche. La spiegazione completa sarebbe troppo lunga ed articolata per essere trattata in questi spazi, ma può essere riassunta adottando la logica della lotta di classe.

Tra la fine degli anni '50 e la prima metà dei '70 la sinistra italiana, ormai rinunciataria da tempo, dopo la «svolta di Salerno», sulla possibilità di instaurare il socialismo per via rivoluzionaria, si era resa esperta per tentare di condurre la lotta proletaria contro il capitalismo e lo Stato borghese con gli strumenti stessi della borghesia, cominciando proprio dalle riforme legislative, anche e soprattutto quelle che coinvolgevano la scuola media e superiore. Del resto, che la logica della lotta di classe pervadesse anche ciò che a prima vista può sembrare molto lontano da essa, come la scuola, è confessato chiaramente e pubblicamente proprio dai deputati e dai senatori del PCI, che nei loro sermoni hanno più volte ribadito il concetto.

Si ricordi tra i tanti, per esempio, un passo del deputato del PCI Raffaele Sciorilli Borrelli - risultante dal resoconto stenografico della Camera del 14 dicembre 1962 - che così avvisa dal suo scranno di Montecitorio: «Attraverso la scuola dell'obbligo noi vogliamo, come afferma Gramsci, "creare un tipo di scuola che educhi le classi strumentali e subordinate ad un ruolo dirigente nella società, come complesso e non come singoli individui". Invece è evidente che coloro i quali sono interessati a conservare l'attuale assetto sociale, o che sono disposti solo a delle concessioni marginali e a degli ammodernamenti, non hanno alcuna intenzione di dar vita ad una scuola capace di formare dei trasformatori; ma sono interessati solo a che la scuola miri a creare "gente seria, ordinata e tranquilla, senza fisime e senza sogni tormentatori"... Tentiamo di rompere la prepotenza e il predominio delle attuali classi dominanti in Italia per assicurare ed agevolare, anche attraverso la scuola, un rinnovamento delle classi dirigenti e una ascesa al potere dei lavoratori».

La perversa logica anti-umanistica del PCI andava ben oltre e si radicava ancor più in profondità; poiché il latino, il greco, la cultura classica venivano interpretate come uno degli strumenti che la borghesia utilizzava contro il proletariato, essi stessi divenivano strumenti anti-democratici. Così continua Sciorilli Borrelli del PCI, citando dapprima una dichiarazione del professore La Penna dell'università di Firenze, e poi commentandola: «Il professore La Penna continua: "Ma la cultura greca puzza troppo di razionalismo: meno pericoloso affidarsi a quella latina, povera di razionalismo e di pensiero scientifico, tutta dominata dalla religione della patria e dello Stato, piena di rispetto sacrosanto per l'ordine e di orrore per la sediziosità plebea". Il "platonismo" di cui parla l'autore citato, e che si vorrebbe mantenere e rafforzare nella scuola media anche attraverso il latino, non costituisce un fatto nuovo nella storia dei nostri recenti programmi scolastici. Infatti, già nei Programmi per l'insegnamento dell'educazione civica negli istituti e scuole di istruzione secondaria, pubblicati nel 1958 dall'allora ministro Moro, si consiglia con calore la lettura di Platone e più in particolare dell'VIII libro della Repubblica che, come è noto, contiene la critica più serrata, accompagnata dalla più sferzante ironia, che sia stata avanzata nell'antichità greca contro il sistema democratico».

In sostanza, si reputava che chi sosteneva lo studio del latino e degli altri temi umanistici come Platone perseguisse fini anti-democratici, reazionari, fascisti. Le ragioni di un simile accanimento, oltre le motivazioni di mera strategia politica alternativa alla via rivoluzionaria, risiedono tutte in uno degli elementi costitutivi del marxismo in genere e di quello italiano in specie, cioè l'idea del progresso. Essendo anche questo aspetto molto complesso, occorre una sintesi che confidi nella clemenza per ciò che può apparire talvolta come volo pindarico.

Il progresso si è affermato, con il tempo, come un'idea intimamente connessa a quella della tecnica. Occorre puntualizzare che mentre la tecnica può essere qui intesa come la capacità strumentale che aumenta in quantità (nella molteplicità di applicazioni possibili) e in qualità (nella differenziazione delle applicazioni possibili), il progresso può essere considerato come l'implacabile volontà dell'uomo di affrancarsi in ogni modo dal proprio passato, rompendo con esso il più radicalmente possibile, per proiettarsi nel futuro, in condizioni di vita del tutto nuove e diverse.

In questa prospettiva, che in un senso lato si potrebbe definire escatologica, soteriologia addirittura, affonda le proprie radici il marxismo. In proposito le parole del filosofo Hans Jonas sono estremamente esaurienti: «Il marxismo ha celebrato la potenza della tecnica dalla quale, insieme alla socializzazione, si attende la salvezza». Poiché il marxismo è una forma di ingegneria sociale, di ristrutturazione di una società - quella borghese - che viene reputata marcescente e che necessità di una salvezza, occorre che si sviluppi una tecnica per riabilitare il contesto sociale reputato decadente. Tramite la rivoluzione ed il potere guadagnato dal proletariato ai danni dell'oppressione borghese, può essere messo in essere il cambiamento sociale. Utilizzando sempre le parole dell'analisi di Jonas, si può dire che «la manipolazione delle condizioni sociali diventa una manipolazione dell'uomo e la società nel suo insieme diventa una tecnica ingegneristica per la determinazione della natura umana». S'invera, in sostanza, il pericolo che il filosofo francese Gabriel Marcel ha profetizzato: «Lo sviluppo ad oltranza della tecnica tende a sovrapporre quest'ultima alla vita». In questa dimensione - nota Marcel - «la tecnica espone l'uomo al pericolo dell'idolatria», poiché l'uomo tecnico si ritrova sempre più rinchiuso nella sua tecnica, fino ad adorarla, più della propria stessa vita, più della propria stessa umanità. Jonas nota giustamente che in ciò il marxismo è altamente specializzato, poiché è riuscito a sviluppare «una fede quasi religiosa nell'onnipotenza, in senso positivo e normativo, della tecnica... creando una concezione essenzialmente tecnologica della società».

In questa prospettiva, la dimensione umana si annulla e l'umanesimo, che dapprima si estingue, riaffiora poi con i tratti caratteristici del tutto sconvolti e deformati in quanto soggiogati dalla concezione non più umana, ma da quella puramente tecnica della vita. Non sembra strano allora trovare nei discorsi dei parlamentari del PCI una risoluta aggressione nei confronti del mondo umanistico, di quel mondo che, in definitiva, presupponendo una metafisica dell'essere umano, cioè, paradossalmente, l'unica tecnica di spiegazione dell'uomo che non riduce l'uomo ad oggetto di dispiegamento della tecnica, risuona come una autentica eresia agli orecchi dei sacerdoti del messianismo tecnicistico marxista. Per comprendere l'idea metafisica e non materialistica dell'uomo, si ricordi la riflessione di Emmanuel Mounier: «La soluzione biologica o economica di un problema umano è incompleta e fragile se non si tiene conto delle più profonde dimensioni dell'uomo. Anche lo spirito, infatti, è una infrastruttura»; l'infrastruttura specifica ed essenziale dell'uomo, si dovrebbe concludere.

Così si spiega l'affondo del comunista Sciorilli Borrelli alla Camera: «Ecco allora perché per noi i due pilastri di questa nuova scuola debbono essere la scienza del mondo naturale e fisico e la scienza del divenire umano, cioè la storia. Perciò l'insegnamento storico, insieme con quello scientifico, deve costituire l'altro pilastro della scuola... Siamo invece contrari al mantenimento del latino come insegnamento autonomo e discriminante in questo tipo di scuola». Ecco in quali termini comprendere l'avversione dei comunisti di allora, la sinistra di oggi, per tutto ciò che, in un modo o nell'altro, direttamente o indirettamente, si riferisce alla dimensione umanistica, ed in quale ottica inserire la smania di propendere per il mondo della tecnica, della scienza e della storia ieri, della manipolazione biologica, culturale ed umana oggi.

Queste tensioni di carattere puramente ideologico non solo hanno rappresentato un cospicuo danno per l'integrità del sistema scolastico e culturale italiano, come è evidente sul lungo periodo, ma soprattutto hanno contribuito a forgiare quel pensiero oggi dominante per cui l'uomo, ormai espropriato della sua umanità, è diventato l'oggetto del possibilismo tecnico. Come ha osservato, del resto, il filosofo Nikolaj Berdjaev, il carattere tecnico della civiltà esige che l'uomo diventi un elemento su cui la società ha il sopravvento, un fattore della produzione. Conclude Berdjaev: «Si assiste ad una rottura della morale evangelica, sostituita da una morale della produzione».

Per questo, sempre con le parole di Berdjaev, in un sistema in cui la cultura umanistica viene brutalmente sacrificata sugli altari della scienza, si uccide l'uomo umano e si costruisce l'uomo tecnico che, in quanto tale, «non è mai completamente libero». E poiché è medesima la situazione dell'uomo non libero e dell'ignorante, ignorare tutte queste implicazioni storiche, culturali, filosofiche significa non essere liberi e, a sua volta, non sapere di non essere liberi è la forma più disumana di ignoranza.




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Commenti (2)
1. 03-06-2010 09:25
ottimo
Un esame storico di ciò che si intuisce facilmente nella "cultura" fallimentare della sinistra. Da approfondire e diffondere. E' piuttosto irritante che chi ha distrutto la cultura italiana e mondiale si erga a suo tutore.
Scritto da Vito Foschi
2. 04-06-2010 22:49
Sinistra...anticlassica!
Sono soddisfatto del cambiamento della sinistra italiana:Pd e Sinistra e libertà.Ritengo il Pd un'evoluzione diessina e Margheritina.Sinistra e libertà un cambiamento Vendoliano di Rifondazione comunista..che ha aquisito principi di liberalismo.Nelle scuole gli insegnanti di sinistra hanno rinnegato le basi umanistiche per progressismo..!
Scritto da Nobile

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