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Numero 462
del 11/02/2012
District 9 PDF Stampa E-mail
! di Francesco Natale
natale@ragionpolitica.it
  
lunedì 07 giugno 2010

E' inutile fare giri di parole: District 9, film sudafricano recentemente approdato in Italia sul mercato home video, è davvero un piccolo capolavoro. Costato appena 30 milioni di dollari e prodotto da Peter Jackson, già regista de Il Signore degli Agnelli, District 9 si poneva, nei presupposti, come un colossale «trash movie», un fallimento annunciato, un filmaccio di serie Z. Questo perché gli elementi di base della sceneggiatura sembravano tutti minati da banalità sconvolgente e rara dozzinalità. Ci sono gli alieni, ci sono gli agenti governativi, c'è un conflitto interrazziale. Tutto qui.

Tutto qui? Beh, non proprio... Anzi, tutto il contrario. Affrontare la recensione di questo film presenta un aspetto decisamente problematico, poiché pur essendo doveroso fare qualche accenno alla trama, è facilissimo incorrere nello «spoiler», ovvero nel rovinare l'effetto-sorpresa per l'eventuale spettatore. Cercheremo pertanto di fornirne qualche accenno con la cautela del caso.

Johannesburg, primi anni '80. Di punto in bianco compare nei cieli della tristemente famosa città sudafricana una colossale nave aliena dalla quale non provengono segnali di vita o attività di qualunque genere. La tensione sale alle stelle fino a che, dopo mesi di tentennamenti, le autorità governative decidono di abbordare il vascello e vedere cosa diavolo sta succedendo al suo, finora silente, interno. L'interno della nave sembra deserto, finché, dopo aver sfondato una paratia, i governativi si trovano di fronte ad una scena drammatica: circa un milione di alieni che versano in gravissime condizioni di denutrizione sono stivati dentro ad un deposito.

20 anni dopo, gli alieni («gamberoni», come vengono spregiativamente chiamati dal popolino) sono «ospitati» all'interno di una bidonville al centro di Johannesburg, chiamata «Distretto 9». La tensione tra le due componenti razziali, quella umana e quella aliena, ha raggiunto pericolosi livelli di guardia: non esiste integrazione possibile, poiché le differenze non solo fisiche, ma anche inerenti alla forma mentis delle due specie, sono invalicabili. Nasce una nuova apartheid alla quale gli alieni, incapaci di organizzarsi socialmente e politicamente, rispondono con sparuti ma efferati atti di violenza contro le persone e la proprietà. Si arriva a deciderne lo «sfratto» dal distretto 9. Uno sfratto in piena regola, con tanto di procedure burocratiche che - se passate il gioco di parole - risultano assolutamente aliene agli alieni. L'apparatcik incaricato di dirigere le operazioni di sgombero è Wikus van de Merwe, il quale con solerte e cinico entusiasmo intraprende questo ingrato compito. Nella sua totale paradossalità, l'operazione sembra svolgersi senza intoppi, finché Wikus non incappa nell'alieno Christopher Johnson, incontro fatidico destinato a cambiarne per sempre la vita.

All'originalità della trama si associa una regia davvero magistrale, spesso di taglio documentaristico che gioca molto sull'improvvisazione. Il regista Neill Blomkamp alterna sequenze girate in prima persona con la camera a mano (tipo Blair Witch Project, per capirci) a più tradizionali inquadrature hollywoodiane. Innumerevoli gli stralci di interviste fatte all'uomo della strada che espone le sue opinioni sui «gamberoni», il tutto pervaso da uno humour cinico e politicamente scorrettissimo.

La prima cosa che colpisce, comunque, è la sostanziale indifferenza nei confronti della civiltà aliena: questa, infatti, non suscita particolare curiosità o paura. Sono «aliens», nel senso di «clandestini», come tanti altri. Viaggiano a bordo di una gigantesca astronave e vengono da un mondo sconosciuto, ok, e allora? Al massimo vengono visti come uno scomodo, ulteriore, problema sociale. Anche il ruolo delle cosiddette «multinazionali», da sempre bersaglio principe del cinema complottista, fantascientifico o meno che sia, viene pesantemente ridimensionato, poiché la tecnologia aliena, quel poco che ne resta, almeno, è calibrata sul DNA dei «gamberoni», quindi non fruibile dagli esseri umani. Gli alieni stessi, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, non suscitano particolare simpatia: in nessuna parte della trama vengono dipinti come una nobile ma decaduta razza intergalattica portatrice di conoscenza e di pace. Sembrano semplicemente dei selvaggi, rassegnati ormai a vivere nel degrado, senza prospettive o volontà di riscatto alcuna. Se hanno un'intelligenza superiore, la tengono ben nascosta, tanto che divengono preda di contrabbandieri nigeriani che li privano delle loro già scarsissime risorse in cambio di... cibo per gatti in scatola, del quale i «gamberoni» vanno ghiotti (anche se mangiano davvero di tutto, pure la gomma dei copertoni!).

Oltre che per la spettacolarità delle immagini e per il cupo ma dirompente humour che pervade la trama, il film colpisce anche e soprattutto dal punto di vista contenutistico: attraverso il ribaltamento degli archetipi e l'intelligente gusto per il paradosso, Blomkamp ci aiuta a comprendere meglio quale sia la profonda e troppo spesso dimenticata differenza che intercorre tra razzismo e xenofobia. Ci fa capire, senza filtri dettati dalla correttezza politica, che l'accettazione del diverso non è mai, nella realtà, aprioristica e senza compromessi, poiché spesso e volentieri il «diverso» non è né buono, né bello, né assimilabile. Soprattutto nel momento in cui il «diverso» si deve confrontare con una società cinica ed indifferente che - attenzione però - tale è diventata proprio per l'eccesso di buonismo un tanto al chilo, che ne ha causato la perdita di identità da un lato e della elementare cognizione critica che separa il bene dal male dall'altro. E' per questo che, se Wikus non è una specie di Hitler in erba, Christopher Johnson non è certamente un novello Nelson Mandela.

Anche sotto questo particolare aspetto, tuttavia, Blomkamp non scade nel qualunquismo: nonostante lo sviluppo della trama possa generare un apparente transfert tra i due soggetti, quasi a dire che tutti siamo «un po' civili» e «un po' alieni», non esiste mai una brodosa e irrealistica commistione di Weltanschauung: se i due coprotagonisti troveranno un terreno comune, sarà solo per l'unica contingenza davvero pressante che, nel bene o nel male, muove da sempre le umane cose e sulla quale Blomkamp ci fa davvero riflettere: la Sopravvivenza.




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