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Numero 462
del 11/02/2012
Il midollo del leone PDF Stampa E-mail
! di Sandro Bondi
bondi@ragionpolitica.it
  
lunedì 14 giugno 2010

Autore: Alfredo Reichlin midollo_leone.jpg
Editore: Laterza
Prezzo: 15 €
Pagine: 149

Proponiamo ai lettori la recensione di Sandro Bondi, ministro dei Beni Culturali e coordinatore nazionale del Pdl, all'ultimo libro di Alfredo Reichlin. Il testo è stato pubblicato su «L'Unità» il 13 giugno 2010.

L'ultimo libro di Alfredo Reichlin, Il midollo del leone, non si può ignorare. Tantomeno da parte di chi scrive, che ha trascorso una parte della propria vita ad arrovellarsi sugli stessi problemi che il libro evoca. E che ora cerca di guardarli da un'ottica diversa, ma sempre con lo stesso spirito e lo stesso desiderio che aveva prima di contribuire al bene dell'Italia.

Prima di tutto bisogna dire che si tratta di un bel libro. Per certi aspetti simile a quello scritto da un altro grande della storia del comunismo italiano, quel Giorgio Amendola che scrisse: Una scelta di vita. Aspetti della propria vita personale si mescolano e si inseriscono nel vasto scenario della storia del Novecento, le cui ombre si stagliano nel nuovo secolo, e della storia del comunismo in particolare. Reichlin cerca di dimostrare che la storia del PCI non è una storia di vinti e non è una storia catalogabile riduttivamente all'interno dello scontro tra democrazia e comunismo. Riemerge il tentativo, per certi versi convincente e comprensibile, di illustrare la specificità del comunismo italiano, la sua capacità, pur nella divisione del mondo in due campi contrapposti, di legarsi al destino dell'Italia, di assumersi perfino il compito di superare i limiti storici della sua unità nazionale e di portarne a compimento le promesse di rinnovamento più profonde.

In questo sforzo di legittimazione storica, Reichlin scansa di fatto i risultati più recenti della storiografia, che mettono impietosamente in luce i legami tra l'URSS e il PCI all'origine anche di quelle scelte che per lungo tempo furono credute il segno dell'autonomia del partito nuovo di Togliatti. Ciononostante sarebbe difficile negare che la storia del PCI sia riassumibile nella dipendenza dall'Unione Sovietica o riconducibile interamente nella sfera del totalitarismo comunista. Essa trasse forza, come Reichlin spiega con orgoglio e anche una punta di nostalgia, dal ruolo che il partito di Gramsci svolse durante la lotta di liberazione nazionale, dalle scelte che Togliatti seppe fare nel dopoguerra attraverso un impegno politico e culturale capace di aderire ad ogni piega della società e di rivolgersi ad ogni categoria sociale, fino al rapporto che fino a Enrico Berlinguer il PCI intrecciò con il mondo cattolico. Tutto questo è per me indubitabile.

Ma resta una domanda che Reichlin non si pone e alla quale non fornisce quindi neppure una risposta. La questione è molto semplice: se nel dopoguerra il PCI avesse conquistato il potere, l'Italia sarebbe stata indenne dalle conseguenze che in ogni luogo sono derivate dall'ideologia del comunismo? La mia risposta è no. Massimo Cacciari, a quanto mi risulta, è stato uno dei pochi, se non l'unico, ad avere l'onestà intellettuale di ammetterlo.

Affronto altre due questioni che il libro pone e che restano di grande attualità. Reichlin ricorda giustamente che il PCI fu una grande scuola di realismo politico. La premessa essenziale era l'analisi concreta della situazione concreta. «Se sbagliate l'analisi - ricordava Togliatti - sbagliate tutto». Rispetto a questo atteggiamento e a questa capacità, che spiega i successi del PCI, oggi «la sinistra sembra analfabeta». Reichlin si augura che la sinistra esca dal silenzio in cui è piombata da alcuni decenni. Se questo è vero, non c'è da stupirsi e da lamentarsi del fatto che altri, che altre forze politiche, abbiano fornito risposte e soluzioni ai cambiamenti intervenuti nell'economia e nella società italiana. La storia e la politica non aspettano che la maggiore età della sinistra.

Un altro punto sul quale Reichlin pone, per la verità da molto tempo, interrogativi decisivi per il rafforzamento della nostra democrazia riguarda la debolezza della politica. Quali sono «le armi della politica» - si chiede Reichlin - in un'epoca caratterizzata dalla potenza dell'economia e schiacciata dalla forza inaudita dei mezzi di comunicazione? Qui si ha la netta impressione che l'analisi dell'autore sia limpida, ma non abbia la forza di andare oltre una sia pur coraggiosa ammissione dei limiti e degli errori della sinistra. Forse il tema del rafforzamento dell'esecutivo, e quindi proprio dei poteri della politica, non dovrebbe essere visto come un cedimento ad una sorta di «individualismo rampante e di presidenzialismo carismatico». Forse sbaglia anche Reichlin quando non si avvede che il rafforzamento dei poteri decisionali, finanche l'introduzione del presidenzialismo - orrenda parola per la sinistra di oggi che però fu pronunciata solennemente da uomini come Piero Calamandrei e Antonio Giolitti - dovrebbe essere una battaglia propria della sinistra.

Ciò che impedisce anche a Reichlin di affrontare con chiarezza questo problema è forse il pessimismo sulla natura della società italiana e delle sue classi dirigenti che percorre l'intero libro. Ho l'impressione che «il profondo spessore reazionario» della società italiana, convincimento comune a gran parte della classe dirigente del PCI, dominante soprattutto con l'avvento di Enrico Berlinguer e trasfusa poi negli eredi di quella storia, abbia contribuito ad alterare il rapporto tra la sinistra e il popolo italiano.




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