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Strano paese, il Belgio. Per quasi un secolo questo fazzoletto di terra di trentamila chilometri quadrati, stretto tra Francia, Germania e Inghilterra, aveva controllato i due milioni e mezzo di chilometri quadrati della superficie dell’allora Congo Belga, in Africa centrale. Anzi, il Congo, dal 1885 fino al 1908, fu una proprietà privata del re dei belgi Leopoldo II. La colonia ottenne l’indipendenza soltanto nel 1960. Strano poi che tra i belgi più illustri figuri quell’Hercule Poirot, investigatore privato dall’olfatto sopraffino, che non fu altro che una creazione del genio letterario inglese di Agatha Christie. Ecco perché non sembra così strano che oggi, il giorno dopo le elezioni legislative, l’unità e l’identità di questo paese sia ritornata, per la millesima volta, una realtà precaria.
Monarchia con un monarca ma stato senza nazione, il Belgio ha consegnato gli allori della vittoria al partito separatista fiammingo, la Nuova Alleanza Fiamminga, con 27 seggi su 150, con un solo seggio in più rispetto ai socialisti valloni. E’ un bel salto rispetto ai sei seggi del 2007. Tutto il resto della camera bassa è disperso in una frantumaglia di micro-partiti. Niente di nuovo sotto il sole, sempre più pallido, di Bruxelles. Ma l’inarrestabile crisi economica ha reso il cielo ancora più plumbeo, perché il governo centrale controlla la politica economica e fiscale, oltre al welfare. E’ uno degli ultimi meccanismi di unità nazionale che tiene insieme le due parti etniche del Belgio. Appunto: è il classico inghippo che scatta quando un governo deve attuare politiche ridistributive: i più ricchi devono sostenere i più poveri. Cioè: i benestanti fiamminghi dovrebbero stringersi la cinghia per evitare ai fratelli-coltelli valloni la piaga della miseria. Naturalmente a nord di Bruxelles non vogliono sentirne parlare. Se ci fosse quel signore con la barba, che nell’ottocento mandò il suo amico a Manchester per capire cosa stava succedendo nelle fabbriche, sicuramente starebbe sorridendo a vedere come l’economia condiziona la politica – almeno in Belgio. Forse perché la politica continua ad essere una struttura troppo fragile, con governi multi-partito ma senza solide gambe.
Solide sono invece le volontà separatiste dei fiamminghi guidati da Bart de Wever, quarant’anni suonati, storico d’accademia e abilissimo politico fiammingo con simpatie così forti per il conservatorismo da sfociare in sospetta xenofobia – ma contro i valloni, equiparati ad immigrati stranieri. Sì, nel Belgio patria dell’Unione Europea, gli antagonismi socio-economici godono di ottima salute, purtroppo. Il sogno di de Wever è una «Fiamminga» indipendente all’interno dell’Ue. E i francofoni? O ritornano alla Francia oppure si adattano anche loro all’indipendenza. Intanto, da capitale dell’Europa, Bruxelles non resterà disoccupata. Sì, è strano assistere alle laboriose trattative per far nascere un governo che in nove casi su dieci decreterà la fine del Belgio come unità sostanziale per trasformarlo in un involucro formale. La devoluzione, indica de Wever, è la via maestra per spogliare il governo centrale delle sue ultime materie di legislazione esclusiva. Forse toccherà ad Elio Di Rupo, il leader socialista, siglare quest’atto di morte. E’ l’ennesima stranezza, questo aspirante primo ministro socialista dall’ostentata eleganza e figlio di immigranti italiani. E’ difficile trovare un vero belga. Forse perché non esistono belgi originali. Il Belgio è stato sempre conteso con le armi dai suoi giganteschi vicini, ma non è mai stato veramente desiderato dai suoi cittadini.
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