Eliminare il divario qualitativo tra i singoli sistemi sanitari regionali è una missione impossibile? Un passo avanti verso questo traguardo è l'operazione portata a termine dal Ministero della Salute, la cui analisi consente di identificare quali siano le realtà regionali ed aziendali del nostro paese che garantiscono i migliori livelli di performance. L'individuazione delle pratiche migliori in un sistema sanitario regionale rappresenta il primo passo per promuovere modelli di riferimento per le altre regioni, ed in particolare per quelle che, presentando i maggiori problemi organizzativi e gestionali, non riescono a garantire ai propri cittadini risposte adeguate. La fotografia delle performance nelle diverse regioni ed aziende sanitarie è stata di recente pubblicata sul sito del Ministero della Salute.
Si tratta di un'operazione di trasparenza che può permettere, anche al singolo cittadino a digiuno di competenze tecniche, di comprendere quali aziende sanitarie locali o ospedaliere mostrino evidenza dei risultati migliori relativamente ad una serie di 32 indicatori di performance, espressione a loro volta di importanti attività erogate dal Servizio Sanitario Nazionale. I parametri misurati hanno preso in considerazione qualità dei servizi, equità in termini di accesso, appropriatezza di prestazioni e strutture, efficienza nell'uso delle risorse. La misurazione dei risultati è avvenuta mediante il confronto sistematico, una metodologia che permette di superare l'autoreferenzialità (basta sfogliare le pagine di un qualsiasi periodico per scoprire ogni giorno nuove eccellenze). Un indicatore di qualità del servizio è ad esempio la velocità nell'operare le fratture di femore, evento frequente nel soggetto anziano a seguito del quale la tempestività dell'intervento è considerata fattore importante ai fini di un recupero rapido e completo: la media interregionale del 35% dei casi operati entro 2 giorni dalla frattura migliora risalendo al 66% in Val d'Aosta e all'83% a Bolzano, ma crolla ad un pessimo 16% in Basilicata, Campania e Lazio. Il parto cesareo, che andrebbe evitato a meno di rischi per la madre e per il bambino, viene eseguito addirittura nel 61% dei parti in Campania, nel 52% in Sicilia e nel 47% in Puglia. Le percentuali di «fuga» ovvero di emigrazione sanitaria per ricoveri verso altre regioni, espressione della mancanza di risposte adeguate ai bisogni di salute nel proprio territorio, raggiungono numeri elevati equivalenti a risultati pessimi in Val D'Aosta, Basilicata, Molise e Calabria.
La novità del campionamento sulle attività sanitarie del nostro paese è innanzi tutto di metodo. L'analisi dei risultati che scaturiscono da questo studio non sarà di per sé sufficiente ad eliminare gli sprechi, per i quali servono politiche sanitarie adeguate, ricorso ad acquisti centralizzati, eliminazione di gestioni clientelari, ma può rappresentare un primo passo per individuare oltre alle migliori performance anche le aree di criticità su cui intervenire per singola regione o azienda e fornire quindi spunti per mettere in atto processi di miglioramento. Gli indicatori di «best practice», che potrebbero andare a comporre il sistema di valutazione dei sistemi sanitari regionali, a nostro avviso potrebbero in parte superare le macchinose e pedisseque verifiche delle procedure di accreditamento, nel quale abbiamo visto troppo spesso controllori e controllati scambiarsi vicendevolmente il posto come da tradizione nel pianeta sanitario italiano. Non ha infatti molto senso per una struttura sanitaria dotarsi di complesse procedure scritte, di straordinarie «mission» e «vision» quando poi sono le performance a dimostrare l'esistenza di requisiti di qualità e adeguatezza.
Il sistema di valutazione della performance dei sistemi sanitari regionali fotografa un'Italia a due velocità, con le regioni del centro-nord che raggiungono generalmente livelli di eccellenza o di adeguatezza e quelle del sud che arrancano. La regionalizzazione della Sanità ha consegnato i poteri di gestione ai governi regionali limitando quelli del governo centrale, che rimane il soggetto finanziatore ma riveste funzioni di programmazione, indirizzo, coordinamento e controllo. Una situazione che da un lato ha stimolato una sana competitività tra le regioni, facendo emergere modelli organizzativi efficienti, dall'altro ha generato abnormi disparità di risultati non solo in termini di spesa ma anche di qualità dei servizi erogati. Le ricadute negative sono sull'utenza, con il paradosso tutto italiano per cui le regioni che spendono molto lo fanno generalmente male offrendo ai propri residenti una scadente qualità di assistenza. L'operazione di trasparenza del Ministero della Salute è stata condotta attraverso il sistema nazionale Siveas, che ha anche l'obiettivo di affiancare le regioni in squilibrio economico-finanziario che, sottoscrivendo con il Ministero della Salute e dell'Economia un apposito accordo, hanno potuto usufruire di una quota del fondo straordinario aggiuntivo. Nonostante questo, per alcune di esse (Lazio, Campania, Abruzzo, Molise) i risultati sono rimasti persistentemente negativi.
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