Malgrado le buone opportunità derivanti dal processo di globalizzazione in atto, la possibilità di realizzare gli Obiettivi del Millennio posti dalle Nazioni Unite all'inizio del secolo è apparsa subito remota, soprattutto in Africa. Sconfiggere la povertà non è solo questione di soldi. C'è persino chi, come l'economista zambiana Dambisa Moyo, ritiene che gli aiuti offerti dalla cooperazione internazionale allo sviluppo rechino danno ai paesi poveri: e, allora, più ne vengono stanziati, maggiore è il danno.
Il fattore critico è costituito dalle leadership al potere dopo le indipendenze che, nel mezzo secolo trascorso dalla fine dell'epoca coloniale, hanno vanificato i traguardi economici e sociali raggiunti durante il dominio europeo. I simulacri di democrazia adottati sono infatti serviti alla maggior parte dei leader africani per impadronirsi degli apparati statali di cui hanno approfittato per disporre delle risorse nazionali a propria discrezione, depredando i connazionali: malgoverno e corruzione ovunque hanno limitato lo sviluppo umano, anche in presenza di crescite del PIL rilevanti e costanti nel tempo. Un esempio clamoroso è quello della Nigeria, per decenni primo produttore di petrolio dell'Africa subsahariana: tuttavia il 70% dei suoi abitanti vive con meno di un dollaro al giorno e quasi il 93% con meno di due. Nel 2009 la Commissione per i crimini economici e finanziari ha calcolato che dal 1960, anno dell'indipendenza, complessivamente la corruzione ha privato i fondi pubblici di qualcosa come 350 miliardi di dollari e va quindi considerata la principale causa del mancato sviluppo del paese. Più in generale, la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo ritiene che ogni anno in Africa vengano sottratti dalle casse statali e dirottati in conti privati in altri continenti non meno di 13 miliardi di dollari, pari al 40% degli aiuti forniti annualmente dalla cooperazione allo sviluppo.
In sostanza, quelle africane continuano ad essere economie di rapina: le immense risorse nazionali e le altrettanto immense ricchezze che affluiscono nel continente tramite gli aiuti umanitari e allo sviluppo e tramite le rimesse degli emigranti si sperperano in consumi pubblici e privati che però non generano sviluppo, perché in prevalenza utilizzano prodotti fabbricati altrove, mentre i bilanci statali dedicano a istruzione, sanità e infrastrutture porzioni troppo esigue del tesoro pubblico.
Per fare un esempio, il Ciad, in cambio del finanziamento da parte della Banca Mondiale dell'oleodotto lungo mille chilometri che porta il suo petrolio all'Oceano Atlantico, si era impegnato ad accantonare su un conto bancario britannico una quota dei proventi petroliferi da destinare alle future generazioni e a investire un'altra parte dei proventi in opere sociali e infrastrutture. Poi, però, malgrado un energico intervento della Banca Mondiale, il presidente Idriss Deby ha violato la promessa attingendo a quelle risorse per consolidare il proprio apparato militare e mantenere così il potere contrastando i movimenti antigovernativi armati che tentano di rovesciarlo.
Quasi sempre, inoltre, la mancanza o l'insufficienza delle raffinerie fa sì che, quando il prezzo del petrolio sale, gli Stati produttori, invece di avvantaggiarsene, si trovino in difficoltà, dovendo acquistare il carburante a maggior prezzo. Ma, quando il prezzo scende, lamentano la contrazione delle entrate che ostacola la realizzazione dei programmi di sviluppo.
Si celebrano in Africa nel 2010 i 50 anni di indipendenza: il bilancio è drammaticamente negativo.
Anna Bono è docente di Storia e istituzioni dell'Africa presso la facoltà di Scienze Politiche di Torino, insegna Sociologia dei processi culturali nel corso di laurea in Servizio sociale, sempre a Torino, e Condizione della donna in Africa nel master Lavoro, famiglia e leadership femminile dell'Università Europea di Roma. Dirige il dipartimento Sviluppo Umano del Cespas, Centro europeo di studi su popolazione, ambiente e sviluppo, e cura la pubblicazione del sito web del Cespas, Svipop.org.
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