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Numero 475
del 15/05/2012
Quando i tagli alla spesa producono sviluppo PDF Stampa E-mail
! di Paolo Del Debbio
@ragionpolitica.it
  
lunedì 28 giugno 2010

I Paesi che tagliano la spesa pubblica e il debito crescono più di prima e, soprattutto, più dei Paesi che non lo fanno. Il contrario di quanto vanno ripetendo in molti, oggi, in Italia, a partire dai governatori che si sono ribellati a Tremonti e alla sua manovra. Secondo l'opinione di costoro il taglio della spesa pubblica porterebbe a una nuova recessione. Se lo Stato si mette a risparmiare, in altri termini, l'economia italiana torna indietro.

Ebbene, tutto quanto si dice in Italia in questi giorni sembrerebbe sbugiardato da uno studio di due economisti, Alberto Alesina e Silvia Ardagna. I due studiosi dimostrano l'esatto contrario e lo fanno analizzando la situazione dei Paesi dell'Ocse, con forte deficit pubblico, dal 1970 ad oggi, che hanno operato forti riduzioni della spesa pubblica. Le conclusioni alle quali arrivano Alesina e Ardagna sono due. La prima è che laddove si sono operati tagli della spesa pubblica per contenere i deficit pubblici (e quindi i debiti accumulati sommando i deficit di tutti gli anni) non si è avuta la recessione nella stragrande maggioranza dei casi ma, invece, una ripresa della crescita, quindi i tagli non hanno prodotto una fase recessiva ma di sviluppo dell'economia nel suo complesso. La seconda è che dove si sono aumentate le tasse si è innescata una spirale di recessione e di arretramento della crescita economica.

Gli avversari di questa tesi sostengono che la spesa pubblica sia positiva per la crescita e che quindi i tagli della spesa abbiano effetti negativi sulla crescita del Pil. Non tengono conto che spesa pubblica, automaticamente, significa maggiore prelievo fiscale. E non tengono neanche conto che il Pil del prossimo anno dovrebbe crescere dell'1,6% come ha anche ricordato Emma Marcegaglia, la presidente di Confindustria, sostenendo che la recessione è finita.

Se poi si considera la situazione della finanza internazionale abbiamo un ulteriore conferma che la spesa pubblica non porta sviluppo: oggi il macigno che pesa sulla credibilità dei Paesi è proprio il debito pubblico accumulato, il deficit annuale e l'operato dei governi che non tagliano decisamente la spesa pubblica. Male o no, bene o no, questa è la realtà. Quando la rivoluzione comunista cambierà la situazione sarà tutto diverso e il capitale non avrà più tutta questa importanza. Ad oggi è così. Scrive giustamente Alesina che «oggi il rischio pende più dal lato di recessione da crisi da debito che di recessione da riduzione di spesa pubblica». Come facciamo a non proseguire sulla strada dei tagli con il 120% di debito sul Pil? Di Tremonti non sappiamo molto ma certamente - e per fortuna - non è greco e fa bene ad andare avanti così.

Le regioni hanno proposte di tagli che riguardino altri capitoli di spesa? Singolare che negli stessi giorni della protesta dei governatori la Corte dei conti ci informi che regioni ed enti locali abbiano una struttura pletorica con moltiplicazioni di poltrone inutili che procurano uno stipendio di soggetti collegati con la politica. Ce n'è da tagliare, eccome se ce n'è.

Cosa vuol dire, alla fine, tutto questo? Che gira che ti rigira, in questa nostra Italia, sono ancora non molti quelli che hanno il coraggio di dire che senza un bel po' di Stato l'economia andrebbe meglio. O meglio, lo dicono ma poi quando si deve tagliare sembra che se lo scordino. E invece è proprio così e, con tutto il rispetto, non sarebbe servito neanche il contributo dei due studiosi che abbiamo citato (molto utile) perché le dimostrazioni sono nella nostra storia nazionale dove la spesa pubblica ha prodotto tasse altissime e il terzo debito pubblico al mondo. Non basta?




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