Il federalismo fiscale dovrà razionalizzare la finanza pubblica ma anche migliorare il rapporto tra cittadini e politica. È questo l’indirizzo della relazione sulla riforma federalista approvata mercoledì dal Consiglio dei Ministri. Il documento paragona la finanza pubblica italiana a un albero storto da raddrizzare: il nodo è l’asimmetria tra potere fiscale e potere di spesa. Il decentramento di prerogative verso le istituzioni locale non è stato, infatti, finora accompagnato da un conseguente trasferimento di leve fiscali. In quest’ottica le leggi Bassanini prima e la riforma del Titolo V della Costituzione hanno, anzi, aumentato il gap tra rappresentanza politica ed ente esattore producendo l’inevitabile conflitto odierno tra lo Stato, chiamato a rispondere del debito pubblico e a gestire la gran parte della leva fiscale, e le istituzioni locali sempre più attori protagonisti dei processi di spesa. Le conseguenze non sono gravi soltanto per la finanza pubblica. La divaricazione tra chi rappresenta e chi tassa nuoce, infatti, al tasso di democraticità del sistema Paese rendendo de facto complessa per il cittadino l’individuazione delle responsabilità e agevolando, di contro, il politico irresponsabile alla ricerca di una fumosa scappatoia. Quanti al tempo individuarono con chiarezza le responsabilità centrali e locali dell’emergenza rifiuti a Napoli? Quanti governi regionali rifuggono le proprie responsabilità sui deficit sanitari addossandole a tagli statali o a ritardi del governo nel finanziare i piani di rientro? Qual è l’eco sulla stampa dell’aumento delle addizionali regionali Irap e Irpef derivanti da una cattiva gestione delle risorse a livello locale?
L’attuale livello di decentramento amministrativo paradossalmente ha finora aggravato il gap tra alcune regioni meridionali, come la Campania, e il Nord del Paese. Nelle mani delle classi dirigenti di questa regione, lontano anche dal controllo mediatico, sono state trasferite negli ultimi anni ingenti risorse non solo dal governo centrale ma anche sotto forma di fondi comunitari. Quanti posti di lavoro oggi avrebbero creato con una corretta programmazione degli interventi? Quale sarebbe stato il livello della sanità locale? E, soprattutto, quanti conoscono esattamente le cifre degli sprechi a livello locale che lo “Stato-Pantalone” è chiamato a coprire senza rompere i parametri imposti dall’Ue? La riforma non potrà che avere impatti virtuosi sul bilancio pubblico se riuscirà a liberare lo Stato dalla responsabilità di distribuire senza poter valutare le modalità di spesa: il percorso non sarà né semplice e immediato ma allo stato attuale delle cose appare certamente obbligatorio.
La riforma prevista dal governo punterà a costruire finalmente una relazione diretta tra una determinata tassa e un determinato servizio ma anche la possibilità di ridurre la differenziazione e il numero delle imposte. A fare da battistrada al trasferimento della capacità impositiva saranno i Comuni cui saranno trasferite tutte le leve fiscali sugli immobili che, in seguito, le stesse amministrazioni municipali potranno decidere di concentrare in un unico titolo di prelievo. Attualmente il gettito fiscale già proprio dei sindaci è pari a circa dieci miliardi; la riforma trasferirà a questi enti altri quindici miliardi in tributi statali sugli immobili. Il tutto dovrà avvenire senza determinare nuovi oneri a carico della finanza pubblica, e quindi rispettando la regola dell’invarianza, ma al tempo stesso garantendo, attraverso i fondi perequativi, il vincolo di solidarietà tra le istituzioni.
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