Il coordinatore nazionale del Popolo della Libertà e ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, dalle pagine di Ragionpolitica replica all’editoriale di Ernesto Galli Della Loggia pubblicato sul Corriere della Sera del 7 luglio. La tesi di Galli Della Loggia è chiara: l'Italia, al pari di molti altri Paesi occidentali, si trova al centro di una crisi economica che ha mutato radicalmente il nostro modo di vivere e soprattutto alcuni punti di riferimento che, nel passato, garantivano una sicurezza personale e delle speranze collettive oggi sempre più evanescenti. Ad aggravare questo quadro, dipinto a tinte fosche, interviene, secondo Galli Della Loggia, riferendosi al caso italiano ma non escludendo anche le altre democrazie europee, l'assenza della politica, la mancanza cioè di un progetto, di un'idea del futuro e del destino di un Paese. Galli Della Loggia dà conto dei «tentativi riformatori» che il governo Berlusconi ha messo in campo, anche con dei risultati che sarebbe ingiusto negare. Egli, tuttavia, nell'esperienza politica di Berlusconi intravede alla fine «null'altro che l'uomo della non-politica». Il leader del Pdl sarebbe rimasto «l'uomo di una parte», incapace di trasmettere a tutti gli italiani un'idea dell'Italia, di comunicare quel senso della sfida che i tempi difficili richiedevano e richiedono. Quest'ultima è per certi aspetti, secondo la mia opinione, l'accusa meno vera in assoluto. Lo spirito più profondo della decisione di Berlusconi di assumere responsabilità di carattere pubblico, dopo una lunga esperienza di imprenditore, è stato infatti quello di rappresentare, non una parte soltanto, un partito appunto, bensì di contribuire agli interessi generali dell'Italia. Fin dal primo istante della sua discesa in campo - come fu definita la sua decisione di sbarrare la strada alla conquista del potere da parte degli eredi del comunismo - tutte le sue parole e tutti i suoi atti sono sempre stati improntati ad un'idea di cambiamento e di modernizzazione che corrispondevano e corrispondono ai nostri veri interessi nazionali. Comprendo perfettamente che storicamente quest'idea dell'Italia, questa idea alta della politica che abbiamo sempre coltivato, quella cioè che cerca di fare i conti seriamente con le sfide più importanti di un Paese come il nostro, dalle straordinarie potenzialità frenate però da quei lacci e lacciuoli che nessuno finora è mai risuscito a strappare dal corpo sano dell'Italia, non ha avuto la ventura di incontrare altri interlocutori che non fossero una sinistra avvinghiata a ideologie defunte e una classe dirigente spenta e dedita ai propri interessi particolari. E' questo muro che ancora resiste in Italia e con cui dovrà fare i conti chiunque in Italia voglia lanciare una sfida ai poteri conservatori e farsi carico del cambiamento. Nell'analisi di Galli Della Loggia, tuttavia, si coglie un altro aspetto non condivisibile. La sua visione dell'Italia è eccessivamente pessimista. Coglie certamente alcune forme patologiche della crisi italiana, che affondano essenzialmente nel retaggio di una partitocrazia aliena dal realismo del governo quotidiano e dalle competenze che sono necessarie per guidare un grande Paese come il nostro. Una classe politica che sembra ancora prediligere le dispute astratte, alimentate dal circuito mediatico televisivo, piuttosto che la fatica paziente e responsabile dalla risoluzione dei problemi reali. Ciononostante, la sua visione è eccessivamente pessimista e risente probabilmente della visione malinconica di certi intellettuali che traspongono le proprie idee alla realtà. Quando ad esempio Galli Della Loggia descrive i caratteri e le conseguenze della globalizzazione economica in atto, sembra non conoscere a fondo il dinamismo, le capacità e i successi che i nostri imprenditori dimostrano nell'affrontare questa sfida, partendo spesso da posizioni di svantaggio. Per non parlare dei tanti giovani che, a contatto con altri Paesi e ambienti più affidabili, in cui valgono i meriti e non la appartenenze familiari, dimostrano capacità e talenti che non hanno uguali nel mondo. Io credo che al termine di questa legislatura, dopo che avremo realizzato la riforma della scuola e dell'università, la riforma della giustizia, la riforma del mercato del lavoro e della pubblica amministrazione, oltre naturalmente alla riforma delle istituzioni, sperando che anche l'opposizione voglia contribuirvi, il nostro Paese sarà migliore di quanto non fosse prima dell'ingresso in politica di Berlusconi. Lasciamo poi agli storici del futuro di compiere un bilancio completo ed equanime dell'esperienza politica e di governo di Silvio Berlusconi. Condividi questo articolo      
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