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Numero 475
del 15/05/2012
Nucleare iraniano. Anche Mosca lancia l'allarme PDF Stampa E-mail
! di Matteo Gualdi
gualdi@ragionpolitica.it
  
mercoledì 14 luglio 2010

Curiose. Non possono essere definite in altro modo le parole del presidente russo, Dmitri Medvedev, pronunciate nel corso di una riunione con gli ambasciatori russi e i rappresentanti permanenti all'estero. «L'Iran - ha detto Medvedev - si sta avvicinando a possedere il potenziale che di principio potrebbe essere usato per creare armi atomiche». Per questo Mosca «deve abbandonare ogni approccio tranquillizzante» nei confronti del dossier nucleare iraniano.

Tali parole, assolutamente condivisibili, sono curiose perché a pronunciarle è il presidente di un paese che negli ultimi anni si è sempre opposto, in maniera irremovibile, alle ipotesi di sanzioni che i partner occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti, hanno più volte proposto di presentare al Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Lo stesso paese che a lungo ha fornito a Teheran proprio l'assistenza tecnica e l'attrezzatura necessarie a progredire nel cammino nucleare. Per questo appare curioso che oggi, abbastanza improvvisamente, il presidente russo si renda conto che le azioni di Mosca hanno portato ad una situazione rischiosissima, ad un passo dal baratro. Possibile che finora non se ne fosse accorto nessuno dalle parti del Cremlino? Possibile che non sia sorto il minimo dubbio, nemmeno di fronte ai tanti dossier che l'intelligence occidentale ha prodotto negli anni? Ovviamente non è così, e sia il presidente Putin prima sia Medvedev dopo sapevano benissimo che Mosca stava aiutando Teheran ad avvicinarsi alla meta, ma questo era esattamente ciò che faceva comodo ai loro piani ed ai loro affari. L'esportazione russa verso l'Iran, infatti, consente a Mosca di fare affari d'oro con i mullah, tanto maggiori quanto più stringenti sono le sanzioni unilaterali adottate dagli Stati Uniti (e non solo), le uniche possibili di fronte ai ripetuti veti di Mosca all'ONU.

Ma tant'è, forse il presidente Medvedev ha voluto per una volta prendere seriamente le dichiarazioni di domenica del capo del programma atomico iraniano, Ali Akbar Salehi, che ha detto all'agenzia ISNA: «Abbiamo prodotto circa 20 chilogrammi di uranio arricchito al 20 per cento e stiamo lavorando alla produzione delle piastre di combustibile (necessarie ai reattori per funzionare, ndr)». D'altra parte era stato il capo dell'intelligence americana, Leon Panetta, a dichiarare qualche settimana fa alla ABC: «Pensiamo che l'Iran abbia già oggi sufficiente uranio arricchito per due armi, anche se devono aumentare il livello di arricchimento per poterle produrre, e pensiamo che qualora prendessero questa decisione ci vorrebbe un anno per portare a termine tale processo e probabilmente un altro anno per sviluppare un vettore in grado di trasportare la bomba».

Per questo le sanzioni da sole non basteranno a fermare i piani degli ayatollah, perché sia quelle votate all'ONU che quelle unilaterali di Stati Uniti ed Unione Europea, ammesso che diano i risultati sperati, hanno comunque bisogno di tempo per funzionare. Occorre quindi puntare su una ricetta diversa, composta da più ingredienti, tra cui le sanzioni ma non solo: è necessario anche un deciso supporto alle opposizioni democratiche ed una credibile opzione militare. Senza tutti questi ingredienti, sapientemente dosati, la ricetta non darà il risultato sperato, con il rischio di trovarci a dover decidere quanto prima tra un Iran dotato dell'arma nucleare ed un attacco israeliano. Due anni non sono molti, ma sono abbastanza per fermare la corsa del Medio Oriente verso un olocausto nucleare. Spetta a tutti gli attori, anche alla Russia, dimostrare che la volontà di fermare la corsa di Teheran alla bomba è concreta e che quelle del presidente Medvedev non sono solo parole.




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