Il sistema istituzionale edificato nel 1948 dopo l'esperienza di regime è stato il baricentro attorno a cui ha gravitato la società italiana del dopoguerra ad oggi: ha permesso al Paese di svilupparsi, di vivere il Miracolo economico, di traghettarci nell'epoca globale. Eppure, con gli anni, il meccanismo istituzionale concepito dai Padri costituenti ha maturato alcune «falle». Alla Carta costituzionale attuale, durante il periodo della Prima Repubblica, si è pian piano sovrapposta una «Costituzione di fatto» (materiale) che si è andata affermando quale reale fondamento dello Stato e che ha mistificato alcuni principi cardine, come quelli statuiti dall'art. 3 e dall'art. 49, che prevedono rispettivamente la partecipazione dei cittadini all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese e il concorso degli stessi alla determinazione della politica nazionale. E' accaduto dunque che al principio democratico di sovranità popolare si sia andata sovrapponendo la sovranità dei partiti, i quali hanno finito per disattendere il ruolo assegnatogli dalla Carta, ossia quello di porsi quali canali grazie ai quali la volontà dei cittadini si sarebbe dovuta trasformare in volontà dello Stato.
Eppure, nel 2008, si è verificato un fatto straordinario: le elezioni politiche, come illustrò sapientemente don Gianni Baget Bozzo, «hanno cambiato la nostra Costituzione materiale, hanno reso patrimonio della Corte costituzionale e del presidente della Repubblica la Costituzione scritta. La democrazia è divenuta il fondamento della democrazia». Nel 2008 il popolo sovrano riuscì ha esprimere compiutamente non solo una maggioranza netta, ma si sentì rappresentata da un leader che ebbe la capacità di coagulare attorno alla sua figura un vasto movimento di popolo, che trovò espressione nel Popolo della Libertà. Il Pdl si configurò, dunque, come un'emanazione della volontà di un popolo che riusciva finalmente, come afferma l'art.3 della Costituzione, a determinare la politica nazionale delegando la sua sovranità ad un leader in cui si riconosceva pienamente.
Se quando la nostra Carta vide la luce, all'indomani della caduta del regime, i cittadini elettori, e con essi tutto il popolo italiano, non avrebbero potuto fare a meno di uno Stato capace di assumersi da solo la responsabilità di perseguire l'interesse pubblico e se, dato il periodo storico, per allontanare lo spettro di un nuovo autoritarismo fu necessario creare degli strumenti che garantissero i cittadini stessi da meccanismi decisionali troppo azzardati o veloci, oggi il Paese attraversa un periodo storico del tutto differente. Se l'Italia intende tornare ad essere protagonista sulla scena globale non può non rimediare a quei tarli istituzionali e procedurali che non le consentono di adeguare in tempi brevi le scelte di indirizzo politico ai cambiamenti repentini della realtà e del mondo. Non è più accetabile che oggi, perché una legge venga approvata, il tempo medio si attesti attorno a 374 giorni: più di un anno, nei tempi odierni, è un'eternità che penalizza il Paese.
Ha ragione Berlusconi quando lamenta il fatto che che la nostra Carta costituzionale appare ormai datata, poiché prevede «permessi, autorizzazioni, concessioni e licenze tipiche di uno Stato totalitario». L'eccessivo interventismo statale, necessario nel 1948, col tempo ha contribuito a mortificare la libertà di intrapresa e quindi il principio della centralità che la persona dovrebbe rivestire nella società.
Oggi, il mondo è cambiato: la competitività di uno Stato nazionale a regime democratico non può più prescindere dall'imperativo della velocità con la quale si dovrebbero prendere le decisioni. Guardare al futuro significa, dunque, eliminare tutti quei vizi di sistema e quegli handicap strutturali che, se sino ad ora hanno rappresentato il codice genetico della nostra architettura istituzionale e della nostra organizzazione burocratica, ora vanno estirpati per consentire di misurare le nostre politiche in un contesto più ampio, dove a livello globale vi sono Paesi che, come Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia, possono contare non solo su una minore farraginosità delle pratiche amministrative a carico dei cittadini, ma anche su maggiore velocità di indirizzo politico. Basti pensare che, ad esempio, nel Regno Unito il premier, capo del partito di maggioranza, nomina e revoca i ministri e può richiedere lo scioglimento anticipato delle Camere; negli Stati Uniti il presidente è eletto direttamente dal popolo ed è a capo dell'Esecutivo, ha il potere di scegliere i ministri e di revocarli e non dipende dalla fiducia parlamentare; in Francia il presidente della Repubblica, che è eletto dai cittadini e non dipende dalle Camere, non solo ha il potere di nominare il premier e i suoi ministri, ma anche quello di sciogliere l'Assemblea nazionale. E' inoltre molto probabile che, data la quasi contemporaneità delle consultazioni per le elezioni del presidente e del Parlamento, il capo dello Stato sia anche il leader della coalizione che vince alle politiche.
Date queste realtà, che sono esempi compiuti di modelli democratici funzionanti, è giusto che il presidente Berlusconi spinga per poter mettere mano a meccanismi istituzionali che consentano da una parte di attribuire più capacità decisionale all'Esecutivo e dall'altra di avviare una revisione costituzionale capace di ovviare a quelle lentezze procedurali, proprie dei nostri degli iter legislativi, che non solo procurano danni all'attività di indirizzo politico del Governo, ma pongono un limite anche alla stessa centralità del Parlamento, che fa fatica a pronunciarsi e quindi ad espletare le sue funzioni.
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