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Numero 462
del 11/02/2012
Sinistra miopia sul ruolo della donna PDF Stampa E-mail
! di Francesco Natale
natale@ragionpolitica.it
  
mercoledì 21 luglio 2010

Durante la scorsa puntata di Cominciamo Bene, programma Rai condotto da Michele Mirabella, sono state ospitate Giorgia Meloni e Livia Turco. Temi principali del confronto: il ruolo della donna, come incentivare ed agevolare il lavoro femminile, come dare risposte concrete alla denatalità che affligge il nostro paese, infine aborto e maternità. Pur riconoscendo a Livia Turco una sostanziale buona fede ed una franchezza notevole nel declinare le sue «generalità politiche» - ella ha affermato senza mezzi termini di essere contraria all'aborto - non possiamo non rilevare una persistente miopia di fondo che affligge la sinistra riguardo alle politiche «rosa».

Si ha davvero l'impressione che quando la sinistra parla di «donna» lo faccia isolando quest'ultima da ogni contesto socio-familiare: sembra quasi che la donna divenga una specie di entità metafisica completamente scissa dalla realtà, un fenomeno sociale «altro» rispetto a tutto il resto del mondo, cui sono in via esclusiva (e, quindi, solitaria) ascrivibili scelte la cui portata va ben oltre il singolo individuo, se pur inspiegabilmente assurto - forzosamente - al ruolo di soggetto extra partes, quali la maternità, per fare un esempio. Ben diverso l'approccio adottato da Giorgia Meloni, la quale ha sempre parlato di famiglia oltre che di donna in sé e per sé. Sembra una piccola, poco significativa pruderie linguistica, ma proprio in questo dettaglio, in apparenza poco significativo, si cela l'abissale differenza che anche in materia di politica familiare e femminile distingue nettamente il centrodestra dalla sinistra.

Questa attitudine improntata alla promozione di un individualismo post-femminista slegato da ogni contesto reale è percepibile in ogni slancio programmatico della sinistra democratica. Dalla promozione della Ru486 che, di fatto, lascia la donna drammaticamente sola di fronte all'aborto ed alle conseguenze psicologiche del medesimo, alle politiche di promozione e supporto del lavoro femminile. Per quanto riguarda la maternità o la sua interruzione pare che la sinistra postuli solo ed esclusivamente l'esistenza di madri single, volenti o nolenti: il ruolo dell'uomo nel processo procreativo viene ridotto a quello di «fuco», il quale parrebbe non avere né voce in capitolo né ruolo definito. Per la sinistra la maternità è divenuta un fenomeno autosita tutto al femminile, che prescinde da ogni contesto, non diciamo «familiare», ma addirittura «di coppia».

Stessa considerazione, mutatis mutandis, possiamo farla riguardo al lavoro femminile. Per la Turco molte ragazze e donne potenzialmente madri rinunciano alla maternità per l'impossibilità di trovare un impiego o, qualora ne abbiano già uno, per le difficoltà che la maternità comporterebbe al mantenimento del medesimo. Quindi «bisogna incentivare il lavoro femminile». Svista colossale, poiché una volta di più prescinde dal vero problema che sta a monte della denatalità e delle difficoltà che la donna, come e più dell'uomo, deve affrontare nel mondo del lavoro: se è vero che da un lato si è fatto progressivamente strada in Italia un aberrante trend dirigistico-corporativo, figlio deforme della cosiddetta «new economy», in base al quale alla donna in cerca di lavoro viene nemmeno troppo nascostamente detto che la scelta è tra famiglia e carriera (in barba al tanto osannato articolo 3 della Costituzione), è altresì vero che il grosso problema inerente alla condizione sociale femminile deriva direttamente dalla dissoluzione del contesto sociale e dalla modifica in senso nettamente negativo di abitudini e costumi. Ad esempio la frantumazione della famiglia allargata di una volta, prima vittima di un individualismo fine a se stesso, ha per forza di cose comportato estreme difficoltà riguardo alla possibilità di conciliare famiglia e lavoro.

Ora, se è vero che indietro non si torna e che è inutile piangere - sociologicamente - sul latte versato, non vediamo come possa ritenersi migliorativo un approccio politico che porta all'esasperazione un nefasto individualismo, sconfessato, in prima istanza, da femministe storiche come Eugenia Roccella. Ben più razionale, efficace e proattivo rispetto alla introduzione a pioggia di «quote rosa» (forma piuttosto circonvoluta ed ingegneristica di discriminazione, a ben pensarci...) nel mondo del lavoro, risulta, sempre per citare Giorgia Meloni, l'introduzione del quoziente familiare, un allentamento della morsa fiscale che risulterebbe realmente premiale e coadiuvante per le famiglie che, giustamente, vogliono mettere al mondo dei figli. Certo, se quanto ha scritto sul Corriere dell'Umbria l'assessore alle Pari Opportunità del Comune di Perugia, Lorena Pesaresi («L'interruzione di gravidanza non è causa di bassa natalità»), è indice dell'attitudine media della sinistra, le donne italiane farebbero bene, nel loro principale interesse, a scegliere un'altra parrocchia d'appartenenza. Magari una parrocchia che non anteponga la teoria alla Realtà.




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