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Numero 475
del 15/05/2012
La diversità culturale alla base del dissenso di Fini PDF Stampa E-mail
! di Sandro Bondi
bondi@ragionpolitica.it
  
mercoledì 21 luglio 2010

Ho letto con attenzione le pagine del Secolo dedicate qualche giorno fa al «partito vero», che, nei propositi degli autori, dovrebbe trasformare completamente il Pdl, considerato un esperimento incompiuto se non addirittura fallimentare. Siamo alle solite: gli esponenti della destra raccolta attorno alle posizioni del Presidente della Camera incarnano una destra completamente diversa e nuova rispetto a quella rappresentata dalle idee e dal partito di Berlusconi.

La destra che dicono di voler rappresentare è la destra legalitaria, la destra nazionale e laica contrapposta alla destra populista di Berlusconi. E con questa definizione esauriscono praticamente tutte le ragioni del dissenso nei confronti dell'esperienza e della concezione della politica del fondatore di Forza Italia e poi del Pdl. Questo modo di condurre il dibattito all'interno del Pdl non esprime un legittimo dissenso - questo ormai appare abbastanza evidente - bensì una radicale alterità culturale e politica rispetto alla destra cosiddetta populista.

Qui c'è un primo errore di fondo: all'interno del Pdl non vi sono due destre, l'una legalitaria e l'altra populista, ma più propriamente, da una parte, la destra proveniente dall'esperienza storica di Alleanza Nazionale e, dall'altra parte, le molteplici esperienze politiche già presenti all'interno di Forza Italia e poi confluite nel nuovo partito dei moderati. Queste ultime tradizioni politiche hanno in comune l'ispirazione moderata, sia che facciano riferimento al filone cattolico democratico, che a quello liberale, riformista socialista o laico repubblicano.

Lo stesso Presidente Silvio Berlusconi ha sempre ricordato nei suoi innumerevoli discorsi di ispirare la propria azione politica e di inquadrare il proprio ruolo storico all'interno di questa cornice moderata, citando non a caso i nomi di De Gasperi, Saragat, Einaudi, La Malfa, Sturzo. Si tratta come è evidente di una storia che non ha rapporti di parentela con la destra nata dalle ceneri del fascismo. Ciò non significa non guardare con attenzione all'evoluzione democratica della destra italiana, che ha avuto con Gianfranco Fini un protagonista coraggioso. Ad onor del vero, bisogna aggiungere che il cosiddetto «sdoganamento» del partito guidato da Fini non sarebbe stato possibile senza la legittimazione politica offerta da Berlusconi.

In fondo Berlusconi ha compiuto verso la destra storica italiana la stessa operazione condotta da Romano Prodi verso gli eredi del partito comunista italiano, coprendone e legittimandone l'ingresso nell'area di governo. A questo punto, tuttavia, è intervenuta un'ulteriore novità. Mentre i cosiddetti esponenti di primo piano di Alleanza Nazionale hanno mantenuto all'interno del nuovo movimento politico l'identità culturale della destra storica, sia pure con le novità di Verona e poi di Fiuggi, la strada dell'attuale Presidente della Camera ha subìto una curiosa accelerazione e curvatura verso una nuova identità politica e culturale. A mio avviso, si tratta di una parabola molto simile a quella seguita dalla sinistra comunista, che, apparentemente, ha abbandonato tutto il proprio bagaglio storico e ideologico per approdare ad un'acritica adesione alla modernità. Non può essere considerato un caso se sui temi dell'immigrazione, dell'unità nazionale, della laicità le posizioni di Fini sembrano coincidere con quelle di una sinistra che invece di abbracciare il riformismo è giunta paradossalmente a far proprie le idee libertarie dei radicali. Tutto si tiene, anche nella politica.

Dobbiamo perciò avere la consapevolezza che l'origine del dissenso, e soprattutto il modo lacerante in cui esso si manifesta, deriva innanzitutto da una diversa concezione culturale della società, dello Stato, della natura della politica e della funzione dei partiti. Non illudiamoci che possa essere un incontro a due, pure necessario, perché discutere e confrontarsi è un imperativo della politica, a dissipare il problema di fondo - che, ripeto, a mio giudizio è di natura culturale - che si è manifestato nel Pdl.

Sandro Bondi è coordinatore nazionale del Pdl e ministro dei Beni Culturali




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