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Numero 475
del 15/05/2012
Liberare la cultura dall'abbraccio soffocante dello Stato PDF Stampa E-mail
! di Alessandro Gianmoena
gianmoena@ragionpolitica.it
  
mercoledì 21 luglio 2010

Mentre l'attenzione di buona parte dei media si concentra, come un disco rotto, sullo scandalismo giustizialista, il governo prosegue la sua marcia innovatrice e riformista. Ed è sempre difficile, per coloro che sono stati scelti democraticamente per governare, lavorare con perseveranza per il bene comune quando i titoli dei giornali danno solo fiato alle inchieste giudiziarie, perché gettare fango contro la classe dirigente del nostro Paese, oltre a rischiare di screditarla, distoglie gli italiani dai reali bisogni che ci pone l'agenda del quotidiano.

Martedì 20 il ministro Sandro Sandro Bondi ha comunicato alla stampa i grandi cambiamenti e le riforme che egli sta operando nell'ambito della cultura, uno dei settori che più di ogni altro ha risentito del clientelismo e dell'ideologismo del vecchio Novecento. Ed è proprio in un periodo come quello che stiamo vivendo, in cui le «vacche» sono «magre», che si generano le politiche più virtuose, capaci di ovviare alle criticità di un comparto, quello della cultura, che è stato spesso considerato solo come un fardello oneroso per le casse dello Stato.

Analizzare il proccesso di riforme intrapreso dal ministro Bondi può essere utile a capire quale sia la portata della rivoluzione berlusconiana, che intende, attraverso «il Governo del fare», trasformare finalmente lo Stato in un soggetto in sintonia con la realtà del nostro tempo. I provvedimenti del ministro, in questo senso, mirano ad elevare la cultura a protagonista del contesto sociale ed economico del nostro Paese, segnando il passo nei confronti delle politiche culturali del passato, troppo assistenziali e clientelari.

Se è stato necessario operare dei tagli ai finanziamenti in ambito culturale, poiché la situazione di crisi economica lo ha imposto, è anche vero che essi costituiscono anche un'occasione per far sì che l'attività culturale non sia solo ad appannaggio statale: le risorse del tessuto economico privato italiano possano, d'ora innanzi,  concorrere a dare risalto alla storia, alla cultura, all'estro ed alla creatività che sono il tratto distintivo del nostro Paese.

Bondi introduce una nuova concezione della gestione dei Beni culturali italiani, impostata sul mantenimento, da parte dello Stato, di una tutela sul patrimonio culturale nazionale, in cui l'opzione del federalismo fiscale costituisce un arricchimento che consente agli enti locali ed ai privati di partecipare al processo di valorizzare delle attività culturali e dei patrimoni italiani. Il decreto n.85 del 2010 sul federalismo parla chiaro in merito, stabilendo che i beni culturali sono esclusi dal trasferimento generalizzato alle realtà locali e che il passaggio di competenza a queste ultime  deve necessariamente essere subordinato ad una migliore gestione e fruizione pubblica dei beni e regolato da accordi tra il Ministero ed i Comuni.

In questo modo, attraverso l'applicazione del codice dei beni culturali e paesaggistici, lo Stato centrale potrà sempre mantenere la prerogativa di tutela dei beni ed al contempo, insieme alle realtà locali, fungerà da volano economico superando quelle politiche dei veti che hanno da sempre contraddistinto le attività del ministero dei Beni culturali: ammontano a circa un centinaio le procedure di impatto ambientale sbloccate da Bondi dal 2008 ad oggi.

Liberare la cultura e i beni culturali, quindi, da una gestione statalista che si coniuga male con le logiche del mercato in cui si addensano i retaggi ideologici di chi pensa ad uno Stato mammona, è, oggi, la vera rivoluzione che avvicina lo Stato ai cittadini. A questo si ispira anche il decreto di riforma degli enti lirico-sinfonici, che è divenuto legge, così come la riforma quadro dello spettacolo dal vivo in via di approvazione e quella degli enti lirici, la cui spesa fuori controllo rischiava di segnare il loro destino, facendo fallire molti enti. Ma il quadro delle riforme abbraccia tutti i settori della cultura, anche quello del cinema. Tax credit, e taxi sceltel sono strumenti che forgiano un sistema di finanziamento indiretto, attraverso il quale la defiscalizzazione premia chi attrae capitali privati e libera il cinema dal controllo politico e clientelare.

Ma non finisce qui, Sandro Bondi presenterà un disegno di legge, in occasione del prossimo Consiglio dei Ministri, in cui si introduce un nuovo approccio trasparente, grazie al quale si disciplinerà la concessione di contributi pubblici agli istituti culturali. I tagli della manovra fiscale non riguarderanno il comitato celebrativo di Cavour; per quest'anno, inoltre, non verranno toccati i  finanziamenti alle realtà culturali più importanti, ma è inevitabile che in futuro esse potranno ricevere fondi in base alle capacità di attrarre finanziamenti privati: il mecenatismo privato supera ogni logica di assistenzialismo statalista, migliorando la resa delle attività culturali. In questo senso si inquadra anche la creazione di una Direzione per la Valorizzazione dei Beni culturali affidata ad un manager, Mario Resca, che ha contribuito ad accrescere i visitatori nei nostri musei migliorando i servizi per il pubblico ed incrementando gli introiti: l'accordo stipulato dal Ministero con l'Accademia e la Pinacoteca Brera di Milano ha contributo ad accrescere il valore di un'istituzione culturale che potrà competere nel mondo.

Ma la razionalizzazione delle spese del Ministro puntano anche a ridurre la fiumana di finanziamenti pubblici per le tante mostre di poca rilevanza, che spesso si rivelano aureferenziali, conservando, in questo modo, i fondi per la tutela dei beni culturali ed incentivando i musei ad una maggiore autonomia sia dal punto di vista gestionale che finanziario. Ma, si sa, la realtà economica del nostro Paese non è omogenea, e per il Sud Bondi presenterà un piano che sfrutti i fondi Fas e Poin anche per la cultura.

La cultura diviene quindi un aspetto centrale nell'economia italiana, tanto che il ministro chiederà a Silvio Berlusconi la creazione di un tavolo istituzionale che possa dare il giusto peso al ruolo che essa ricopre in Italia. Ma tutto questo, evidentemente, alla stampa importa poco: meglio il fango giustizialista che le novità della riforme apportate dal Governo Berlusconi.




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