Il clima rovente registrato quest'anno a Palermo nella giornata della memoria per la strage di Via d'Amelio, che ricorda il sacrificio del giudice Borsellino e della sua scorta, è indice di come ancora nel 2010 l'ideologia sia capace di annebbiare i giudizi di merito su storia, persone e fatti. Il cosiddetto «movimento delle agende rosse» ha radicalizzato le celebrazioni di ricordo del giudice rivendicando l'esclusiva della rappresentanza di una memoria che è patrimonio condiviso della storia d'Italia come quella di Paolo Borsellino. La pretesa di monopolizzare il ricordo si è di seguito riverberata su assurde preclusioni verso questo o quell'invitato e verso diversi livelli delle istituzioni, accettando discrimini politici e di parte secondo un ragionamento perverso di buono/cattivo, giusto/sbagliato. Ma è chiaro come in questo comportamento, alla fine, abbia prevalso il livore - a tratti furore - ideologico di frange radicali della sinistra, che sovente ed in maniera strumentale si appropriano di ricorrenze e anniversari di momenti solenni della storia repubblicana e civile per imporre una propria partigiana visione della realtà. Lettura però intrisa di sentimenti di anti-Stato e di veemente spirito protestatario che finisce per negare la verità storica del messaggio di Paolo Borsellino.
L'azione del giudice e dell'intero pool antimafia di quegli anni, infatti, non fu mai improntata verso una visibilità mediatica e sopratutto verso la ricerca di una legittimità politica, né tanto meno Borsellino avrebbe mai cercato nella sua lunga e onorata carriera di togato le grazie e i favori degli ambienti movimentisti e progressisti di Magistratura Democratica. La battaglia di Falcone e Borsellino contro la mafia parte da tutt'altra consapevolezza, ossia quella di rappresentare lo Stato nella sua alta più funzione di ordine sociale contro il para-Stato criminale di Cosa Nostra. Un'azione orientata dal principio che non ci può essere legalità separata dalla Stato e che nella guerra tra mafia e Stato sarebbe stato il secondo ad imporsi grazie sopratutto all'esempio virtuoso e al sacrificio dei suoi rappresentanti, siano questi giudici, forze dell'ordine, cittadini. Il principio manicheo per cui vi è una politica cattiva ed una politica buona e ancora la contrapposizione ideologica tra politica istituzioni e società civile non ha mai trovato spazio nella biografia e nella storia di quella stagione perché sia Falcone che Borsellino erano assolutamente consci che in ciascuno di questi ambiti, scandagliando, si sarebbe trovato allo stesso modo il vizio e la virtù, l'onesto e il disonesto.
Oggi, pertanto, questo modo di contestare le istituzioni e di abiurare lo Stato tradisce la memoria di Paolo Borsellino così come quella di Giovanni Falcone. In nome di un'ideologia per cui la verità appartiene ai cuori e alla mente di pochi rivoluzionari ed è lontana dalle istituzioni e dallo Stato, i cortei «rossi» di Palermo hanno inquinato la realtà e tradito la storia. Quando Giovanni Falcone accettò l'incarico prima al ministero della Giustizia e poi alla super procura nazionale antimafia nel momento più cruento dell'attacco mafioso, egli condivideva e incarnava il ruolo e la missione istituzionale nel paese, ovvero quella di guida civile e di legalità, senza mai dubitare che il vero passaggio rivoluzionario fosse dato dalla solidarietà e dall'azione comune tra istituzioni e società, tra Stato e cittadini, nell'alveo del rispetto delle regole che questi ultimi dovevano assicurare per rendere migliore il funzionamento dell'intero sistema.
Fraintendere - o peggio ancora strumentalizzare - il messaggio di Falcone e Borsellino vuole dire pertanto rendere cattivo servizio alla storia e alla loro memoria. E ancora di più le azioni dimostrative, il fondamentalismo ideologico di cui si impregnano le manifestazioni dell'Agenda Rossa, fanno registrare un pericoloso passaggio a vuoto nel tracciato di una memoria condivisa che pure meriterebbe di essere nitida e senza rivendicazioni di parte e che oggi invece viene improvvisamente avvolta dal manto di una cortina fumogena che tutto vuole accomunare in nome dell'anti-Stato.
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