Mentre l'Europa con l'Italia conferma segni di ripresa, smentendo i timori legittimi di un effetto boomerang della politica di risanamento, suscitano preoccupazione i dati sul Meridione contenuti nell'ultimo Rapporto Svimez. L'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno registra, infatti, le ripercussioni della crisi in termini di disoccupazione, e lancia l'allarme sulla scarsa capacità delle imprese meridionali nell'affrontare in modo vincente una congiuntura economica ancora difficile.
Sulla minore dinamicità del Sud pesano la qualità dei servizi pubblici, la cattiva gestione dei fondi europei e, nel complesso, una minore capacità d'investimento da parte di famiglie e imprese. Un quadro influenzato e aggravato dal fattore criminalità organizzata, che, nonostante i duri colpi inferti dallo Stato negli ultimi anni, vanta ancora una presenza che limita le possibilità di ripresa del territorio. L'analisi, purtroppo difficile, porta inevitabilmente a chiedersi se e come il federalismo sarà in grado d'incidere sul Mezzogiorno. Il governatore pugliese Nichi Vendola spara a zero su Palazzo Chigi, accusando il governo nazionale di essere responsabile, con le sue scelte, dei dati emersi dal Rapporto Svimez. La stessa Regione Puglia però, dal 2006, sfora regolarmente il patto di stabilità e al momento ha un disavanzo sanitario di oltre 1,2 miliardi. La metafora logora della coperta appare ancora fin troppo eloquente. Le Regioni gestiscono ormai una fetta consistente della finanza pubblica (quasi 100 miliardi considerando i soli trasferimenti dallo Stato), ed è inimmaginabile che una riduzione della spesa non colpisca anche i loro bilanci.
Le difficoltà del Sud non possono tuttavia passare inosservate e richiedono interventi dedicati. La Svimez suggerisce a riguardo un rilancio della politica d'incentivi, una maggiore attitudine della Banca del Sud nel sostegno alle imprese e la costituzione di una nuova «conferenza delle Regioni meridionali» che dovrebbe confrontarsi con il governo sulle politiche per il Mezzogiorno. Tutte indicazioni utili, di cui la politica dovrà tenere conto evitando però di trascurare le regole di gestione degli incentivi e il controllo sugli interventi programmati. Se nel resto d'Europa i fondi comunitari sono in grado d'innescare dinamiche virtuose anche nelle Regioni più deboli, se nell'Italia centro-settentrionale le aziende riescono a mettere a punto nuove strategie di rilancio, è evidente allora che il nostro Sud paga lo scotto di un'arretratezza di sistema favorita dal combinato di criminalità e inefficienza delle amministrazioni locali.
Non è quindi solo questione di soldi. È giusto chiedere una nuova politica d'incentivi, ma è doveroso preparare le premesse perché nuove risorse non siano disperse in interventi sterili per l'economia meridionale. Il federalismo potrà essere una soluzione? Sì, se riuscirà a decentrare le competenze amministrative e fiscali mantenendo e rilanciando, allo stesso tempo, il coordinamento centrale della politica economica nazionale. Un aspetto fondamentale su cui bisognerà lavorare sarà, infatti, la concentrazione degli impegni su pochi grandi progetti strategici (tre grandi assi come la logistica, le energie alternative e il turismo), condivisi e vincolanti per tutti i governatori del Mezzogiorno.
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