Quanto è alto il rischio di una guerra in Corea? E' molto basso. E' possibile lo scoppio di una guerra in Corea? Sì, è comunque possibile. Occorre sempre fare questi due ragionamenti probabilistici quando la guerra sotterranea nella penisola coreana (non è mai ufficialmente finita dal 1953) riemerge in superficie ed entra in una fase di escalation. Questa settimana la tensione è provocata dalla visita di Hillary Clinton in Corea del Sud. Dopo aver visitato il confine con la Corea del Nord, una delle aree più militarizzate del mondo, la Clinton ha annunciato l'imposizione di nuove sanzioni contro il regime comunista di Pyongjang. Verranno messe in atto nuove misure per vietare l'importazione di armi, tecnologia utile al programma nucleare e beni di lusso. Secondo il segretario di Stato Usa le nuove misure non colpiranno affatto la popolazione civile (già piagata da numerose carestie), ma solo il regime. Questo annuncio, che cambia di pochissimo la situazione attuale (la Corea del Nord è già sanzionata ed è chiusa al commercio internazionale a causa del suo stesso regime economico autarchico) viene visto dai nordcoreani come una provocazione inaccettabile. Il regime aveva già annunciato la primavera scorsa che avrebbe considerato nuove sanzioni come atti di aggressione, a cui avrebbe potuto rispondere anche con la forza delle armi.
All'annuncio delle misure restrittive si accompagnano anche le manovre navali congiunte Usa-Corea del Sud, nel Mar del Giappone e nel Mar Giallo. Si tratta di esercitazioni molto complesse che coinvolgono almeno 20 navi di superficie (fra cui la portaerei americana Uss George Washington) e sottomarini, 200 aerei ed elicotteri, 8000 fra marinai, piloti e personale di terra. Queste manovre, agli occhi del regime di Pyongjang, sono un'altra provocazione inaccettabile. Benché il «caro leader» Kim Jong-il e i suoi ministri tacciano, la delegazione nordcoreana in Vietnam, dove presenzia al forum regionale dell'Asean, fa sapere al mondo intero che alle manovre navali seguirà una «risposta fisica». Termine volutamente vago con cui può essere inteso tutto il peggio, dall'azione di sabotaggio/provocazione alla guerra vera e propria.
Per capire l'origine di questa ultima crisi occorre fare un passo indietro. Anche per comprendere che non sono Usa e Corea del Sud a innescarla, bensì la Corea del Nord. Dall'aprile del 2009, il «regno eremita» ha effettuato un test nucleare e una serie di lanci missilistici a scopo provocatorio. A queste mosse, sia la Corea del Sud che gli Usa hanno reagito con il massimo della prudenza e della tolleranza, evitando ogni escalation. La Corea del Nord, tuttavia, ha «esagerato»: il 26 marzo scorso una corvetta sudcoreana, la Cheonan, è affondata. Dopo aver attribuito la causa a un incidente (guasto o urto di una vecchia mina), un team internazionale di esperti ha accertato la responsabilità della Corea del Nord, trovando i resti del siluro che ha affondato la Cheonan. Finché il regime comunista si limitava a provocazioni quali test missilistici e nucleari, senza far morti, la tolleranza era possibile. Ma l'affondamento della Cheonan ha provocato la perdita di 46 marinai. Ci sono vedove, orfani, genitori senza più un figlio che chiedono giustizia. L'Onu non ha fornito alcuna risposta. A causa della presenza della Cina (l'unico alleato internazionale della Corea del Nord) e del suo potere di veto, l'unico atto del Consiglio di Sicurezza è una blanda dichiarazione in cui si invitano entrambe le parti alla moderazione, non viene esplicitamente attribuita alcuna responsabilità dell'affondamento alla Corea del Nord, infine si invita la parte lesa ad adottare «appropriate e pacifiche misure» contro non ben precisati «responsabili» dell'atto di guerra.
Nel silenzio dell'Onu, l'unica potenza che può rassicurare la Corea del Sud resta quella americana. Con le nuove sanzioni e con una forte presenza navale americana nelle acque coreane, Washington cerca semplicemente di dissuadere il Nord dal compiere altri atti di guerra. Facendo capire a Kim Jong-il che, in caso di attacco, i nordcoreani si troverebbero ad affrontare tutta la potenza militare statunitense. I simboli sono importanti nella deterrenza e non è casuale la presenza, in queste manovre, di aerei F-22 Raptor, solitamente destinati alla protezione dello spazio aereo statunitense. E' un messaggio chiaro: gli Usa considerano la difesa della Corea del Sud importante tanto quanto quella del loro stesso territorio.
Giunti a questo punto dell'escalation, perché è bene sottolineare che le probabilità di un conflitto sono molto basse? Per motivi di razionalità. Perché, anche se è (forse) dotata di alcune testate nucleari già operative, la Corea del Nord non può permettersi un attacco contro il Sud. L'equilibrio è troppo sbilanciato dalla parte del difensore: con la loro minuscola marina, i nordcoreani non avrebbero alcuna possibilità di impedire l'afflusso navale e aereo di rinforzi statunitensi dall'Alaska e dalle Hawaii. Per la Corea del Nord, un attacco sarebbe un suicidio certo.
Perché una guerra è comunque possibile? Perché il regime nordcoreano non è razionale. Perché per i dirigenti coreani la realtà si piega ai dettami dell'ideologia marxista-leninista. Perché il trionfo della rivoluzione nel mondo (anche tramite la destabilizzazione internazionale fine a se stessa) è prioritario rispetto alla sopravvivenza stessa del piccolo Paese eremita. Considerando che sinora il regime ha deliberatamente compiuto, decennio dopo decennio, il suicidio economico del proprio Paese pur di affermare la propria ideologia, anche un suicidio militare può essere concepito dalle menti dei suoi dirigenti.
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