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Numero 475
del 15/05/2012
La prima condanna di un Khmer rosso a 31 anni dalla fine del regime comunista PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
mercoledì 28 luglio 2010

Il 26 luglio Kaing Guek Eav, uno dei leader dei Khmer rossi in attesa di giudizio, è stato condannato a 35 anni di carcere dal Tribunale speciale per la Cambogia. Ci sono voluti 24 anni per istituire un tribunale internazionale che giudicasse i responsabili del genocidio cambogiano, 27 perché entrasse in funzione e più di 30 perché una prima sentenza venisse pronunciata.

Tra il 1974 e il 1979 il regime comunista istituito da Pol Pot uccise 1,7 milioni di cambogiani, circa un terzo della popolazione: per estirpare le contaminazioni borghesi, a centinaia di migliaia furono sterminati, torturati e giustiziati, il resto morì di stenti e di disperazione per gli effetti devastanti di un modello economico e sociale delirante che in pochi mesi mandò in rovina il paese. Kaing Guek Eav, soprannominato il «compagno Dutch», era il direttore del famigerato Campo S-21, una prigione in cui, stando ai documenti rinvenuti, furono detenute e giustiziate 12.272 persone. Ma per il fatto di essere in carcere dal 1999, per aver ammesso fin dall'inizio del processo le proprie responsabilità - pur dichiarando di non aver ucciso nessuno personalmente e di aver torturato «solo» due prigionieri - e per aver mostrato rimorso, Kaing Guek Eav sconterà in effetti soltanto 19 anni.

La decisione del tribunale non soddisfa il senso di giustizia di chi ha vissuto la terribile esperienza della Kampuchea Democratica, così si chiamava la Cambogia dei Khmer rossi. Tanto più scontenta la sentenza in quanto il «compagno Dutch» potrebbe essere l'unico leader a scontare una pena. Pol Pot, che amava farsi chiamare anche Fratello Numero 1, ma il cui nome era Saloth Sar, è morto libero e circondato dai suoi famigliari nell'aprile del 1998, senza aver scontato neanche un giorno di carcere. Alcuni mesi prima di morire, aveva accettato di essere intervistato per la prima volta dalla sconfitta. Al giornalista americano Nate Thayer aveva detto: «Lei adesso può guardarmi in faccia: sono forse un selvaggio? La mia coscienza è pulita». Nel 2006, all'età di 80 anni, è morto nell'ospedale militare di Phnom Penh, dove era ricoverato per gravi disturbi respiratori l'unico altro leader Khmer all'epoca recluso, Ta Mok, ex capo di stato maggiore, soprannominato il «macellaio».

Quanto ad altri leader attualmente detenuti e tutti arrestati dopo il 2006, considerati i tempi lunghi della giustizia può darsi che non vivano neanche abbastanza da veder pronunciata la loro sentenza. Il più giovane ha 79 anni ed è una donna. Si tratta della «first lady» della Kampuchea Democratica, Ieng Thirith, cognata di Pol Pot. Nel governo Khmer rosso ha ricoperto la carica di Ministro degli affari sociali. Arrestata insieme al marito dopo aver trascorso con lui dal 1979 una vita indisturbata, alla luce del sole, dividendosi tra le due ricche residenze di famiglia, dovrà rispondere tra l'altro di «tortura» e «persecuzione religiosa». In ordine di anzianità, 80 anni, dopo di lei viene Khieu Samphan, capo di stato durante il regime Khmer rosso. A suo carico è stata formulata l'accusa di genocidio per il massacro di cittadini vietnamiti e della minoranza etnica Cham di religione musulmana: il numero delle vittime vietnamite non è noto, quelle Cham si stimano tra 100.000 e 400.000. Segue con 84 anni Nuon Chea. Soprannominato «fratello numero 2», era l'ideologo del regime. È stato arrestato nel 2007 nella sua casa di Pailin, nella Cambogia occidentale ai confini con la Thailandia, dove aveva vissuto fino ad allora in piena libertà. Per finire, con 87 anni, c'è Ieng Sary, il marito di Ieng Thirith, soprannominato «fratello numero 3». Sary è stato vice primo ministro e ministro degli Esteri della Kampuchea Democratica. Si ritiene che sia l'ideatore del massacro degli intellettuali con cui nel 1975 il regime iniziò il «risanamento» della società cambogiana.

Scriveva nel 2004 Ong Thong Hoeung, uno dei tanti giovani cambogiani che dalla Francia e da altri paesi rientrarono in patria nel 1975 rispondendo all'appello di Pol Pot: «Oggi in Cambogia i boia circolano per la strada, di fianco alle vittime. Alcuni occupano posti importanti ai vertici dello stato, altri trascorrono giorni tranquilli e senza rimorsi. Viviamo ancora tutti i giorni insieme ai criminali. Il fatto che continuino a essere liberi ci proibisce di chiudere con il passato. Questa impunità impedisce alla società cambogiana di ritornare alla sua vita normale. La ricerca della giustizia è uno dei fondamenti della civiltà. Non è una forma di vendetta, ma l'unico mezzo in grado di fermare il ciclo dell'impunità. In mancanza di un tribunale degno di tale nome, la società cambogiana va verso il disastro morale» (Ho creduto nei khmer rossi, Guerini e associati, 2004).




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Commenti (1)
1. 30-07-2010 16:17
calma......
E' inutile che ci meravigliamo tanto dei ritardi della giustizia cambogiana quando da noi i boiardi comunisti vecchi e nuovi rimangono impuniti!!!!!!
Scritto da sand

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