E' giunto il momento di combattere, una volta per tutte, questo clima giustizialista ed inquisitorio che usa le stanze dei tribunali come la Santa Barbara delle azioni di lotta politica, una lotta portata avanti da una piccola parte di magistratura e da una sedicente classe dirigente moralista e ideologicamente purista che, secondo un vecchio ritornello che ci hanno insegnato i postcomunisti come D'Alema, punta alla conquista del potere attraverso giochi di palazzo, a discapito del consenso popolare. Ciò che acceca alcuni furbi politicanti ed una minoranza di magistrati ideologizzati è il «potere» fine a se stesso, finalizzato a controllare gli italiani secondo i propri dettami.
Ancora oggi, come emerge dalle cronache, la vecchia politica rigurgita ancora i suoi istinti novecenteschi. Ma fino a quando il nostro Paese dovrà subire le trame di chi genera polveroni mediatici per infondere negli italiani la percezione che il torbido avvolga sempre la prassi di governo della nostra classe dirigente? Anche il Quarto potere ha le sue responsabilità, poiché certi giornalisti cresciuti a pane ed ideologia, atteggiandosi come se fossero intellettuali illuminati, ispirati da chissà quale dettame messianico, svuotano le pagine dei quotidiani della realtà per riempirle di gossip giustizialista, unico alimento della cultura del sospetto, che è ormai divenuta l'arsenico della democrazia.
Come diceva George Berkeley «esse est percepi» (è ciò che percepisci), ed i teoremi, le congetture, conditi da espressioni giornalistiche come ad esempio la presunta associazione P3, nascono propriamente con questo presupposto, ossia, cercando di mistificare la realtà degli accadimenti attraverso una verità fittizia. Il gioco è molto facile, basta violare il segreto istruttorio di un'inchiesta e trasformare i dialoghi privati in conversazioni pubbliche per poter esercitare la condanna a mezzo stampa. La gogna mediatica, quindi, si sostituisce alla certezza del diritto che vorremmo fosse ancora stabilita attraverso il cursus giudiziario nelle aule di Giustizia. Ai tempi di Tangentopoli il mix mediatico-giudiziario spazzò via una classe politica ed ora c'è chi tenta di alzare nuovamente la lama della ghigliottina. Ma l'eterno ritorno dell'identico è un concetto che lasciamo ai nichilisti, che non accettano la realtà ed i suoi imprevedibili cambiamenti. Tangentopoli, infatti, decapitò una classe dirigente che il popolo aveva politicamente delegittimato in precedenza. Oggi, invece, gli italiani si stringono intorno a Silvio Berlusconi, persino in un periodo in cui i teoremi ed i polveroni rischiano di confondere l'opinione pubblica.
Ciò dimostra che il giustizialismo del nostro tempo nasce ancora da un'operazione a tavolino che, però, può ferire ma non colpire a morte. Lo abbiamo capito, ancora una volta, nella conferenza stampa tenuta dal coordinatore del Pdl, on. Denis Verdini, per dimostrare la sua estraneità dopo il coinvolgimento nell'inchiesta sull'eolico e su quella che i magistrati ritengono essere un'associazione segreta finalizzata alla gestione di nomine politiche e appalti. Egli è stato associato ad una fantomatica associazione P3 della quale, come ha dichiarato, non conosce le finalità né l'attività.
In realtà avremmo dovuto aspettarci un coro unanime di solidarietà nei confronti del coordinatore, che invece, per fini esclusivamente politici, è stato attaccato da parte di ambienti giustizialisti dell'opposizione interna al Pdl e invitato a dimettersi, come se fosse colpevole senza aver esperito alcun grado di giudizio. Un'opposizione interna che ha preferito tradire la vocazione originaria del Pdl, secondo cui il garantismo deve essere in simbiosi con la tutela della legalità, solo per delegittimare la maggioranza del partito, che si coagula attorno alla leadership di Berlusconi.
Le dichiarazioni di Verdini hanno evidenziato, una volta di più, il rischio che la democrazia italiana sta vivendo. Se la certezza del diritto viene compromessa le sorti del nostro Paese non dipenderanno solo dal futuro economico del nostro tessuto socio-produttivo, ma anche dalla riforma della Giustizia e del suo rapporto con i media. In questo momento è fondamentale che l'azione di Governo non venga svuotata o svilita, come è accauto per il ddl intercettazioni: per questo all'interno del Pdl sarà necessario sgombrare il campo da ogni rigurgito giustizialista, moralista, ideologicamente purista, perché ciò non appartiene ai principi a cui il partito si ispira, un progetto politico premiato dal popolo che non può e non deve essere incancrenito da forze di opposizione interna i cui fini politici si sono posti in contraddizione con i principi fondanti del Pdl.
Silvio Berlusconi ha dichiarato che farà un discorso alla Camera incentrato sulla riforma della Giustizia. Sarà l'occasione per per dare fiato alla grande stagione di cambiamento che la novità berlusconiana ha introdotto nel nostro Paese. Chiunque nel Pdl tenterà ancora di distinguersi con dichiarazioni giustizialiste dovrà prendere atto di aver disatteso il programma elettorale e tradito la fiducia dei nostri elettori.
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