Come insegnano i film, ogni rivincita causa una buona quantità di adrenalina. E possiamo dire più o meno la stessa cosa - in senso figurato, ovviamente- assistendo a questo primo traguardo della riforma universitaria, raggiunto con l'approvazione del ddl Gelmini al Senato.
Il governo Berlusconi sta progressivamente cambiando il sistema universitario secondo due prospettive. La prima è abbattendo la sua elefantiasi. Ci sono dei numeri che non si possono equivocare: 37 corsi di laurea hanno un solo iscritto; 325 facoltà hanno non più di 15 iscritti; e poi ancora ci sono 170 mila materie insegnate rispetto alle 90 mila nella media europea. A questo proposito il ddl si propone di razionalizzare i corsi e creare una fusione tra strutture piccole, in modo da avere un utilizzo più equilibrato di risorse. Senza dimenticare, poi, la profonda svolta meritocratica che porta gli istituti a diversi «conquistare» la propria autonomia oltre che ad essere sempre sottoposti ad una verifica qualitativa.
L'altra prospettiva importante riguarda il ricambio generazionale e lo smantellamento delle lobbies delle cattedre. Finora, infatti, c'era stato un vero e proprio sistema «a imbuto» dove, all'imboccatura, stavano stretti e pigiati i ricercatori e, nella parte sovrastante, si adagiavano i docenti. D'ora in poi, con la perentorietà del pensionamento dei docenti a 70 anni quell'ingorgo potrà essere sfoltito e non avere più quelle situazioni paradossali con dei ricercatori che hanno addirittura più di 40 anni. È, dunque, una riforma che restituisce all'università il suo ruolo formativo. È una riforma che «de-aristocraticizza» gli Atenei, ed è proprio su questo punto che la lobby delle cattedre sta conducendo la sua offensiva più dura. Infatti, spacciando la razionalizzazione dei costi per soffocamento del comparto, insieme ai ricercatori chiamano a raccolta gli studenti, trascinandoli dentro proteste che ben poco hanno a che vedere con le proprie condizioni. E tutto diventa ideologico.
I ricercatori, infatti, da questa riforma traggono la possibilità di avere un percorso più strutturato, attraverso il rinnovo del contratto al termine del quale, se lo meritano, potranno diventare docenti. Gli studenti tornano al centro dell'ingranaggio formativo. Ma ai movimenti universitari di sinistra - che sono l'ultra minoranza-questo non va bene, e pur di contrastare il governo sono pronti a fiancheggiare iniziative lesive del diritto allo studio ( tipo gli esami di notte) e addirittura ad appoggiare aumenti di tasse universitarie. Ora, chiedere per i propri coetanei una crescita delle rette è completamente fuori dal mondo per chi conosce bene, come le famiglie, il peso economico che comporta frequentare un Ateneo. A meno che non si combatta per difendere i diritti, ma bensì per altro.
Pietro De Leo è il portavoce nazionale di Studenti per le libertà, movimento universitario dei giovani del Pdl
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