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Numero 475
del 15/05/2012
Pakistan. Ali Zardari cerca di uscire dall'angolo PDF Stampa E-mail
! di Matteo Gualdi
gualdi@ragionpolitica.it
  
mercoledì 04 agosto 2010

«La comunità internazionale, alla quale appartiene anche il Pakistan, sta perdendo la guerra contro i Talebani». E' questa la dura opinione che il presidente pakistano, Ali Zardari, ha espresso al quotidiano francese Le Monde nel corso di una lunga intervista. A quanto pare Zardari cerca di uscire dall'angolo in cui si è ritrovato negli ultimi giorni, in particolare dopo le rivelazioni (ma in realtà dovremmo dire non-rivelazioni, visto che non svelano nulla che non si sapesse già) di Wikileaks, che la settimana scorsa aveva pubblicato rapporti militari riservati in cui si accusavano le Forze Armate pakistane di aiutare i terroristi. Da allora è stato un susseguirsi di accuse, specialmente da parte di Francia e Gran Bretagna, dalle quali Zardari cerca ora di difendersi, contrattaccando. «Abbiamo perso la battaglia per conquistare i cuori e le menti degli afghani», ha proseguito il presidente pakistano, per il quale i rinforzi militari non potranno avere che un ruolo limitato nella lotta per la conquista della popolazione. «E' tutto l'approccio che mi sembra sbagliato; la popolazione non associa l'intervento della coalizione ad un futuro migliore», conclude Zardari, per il quale occorre «aiutarla nello sviluppo economico e dimostrargli che ciascuno può contribuire a migliorare la situazione».

Il presidente, in evidente imbarazzo, ha liquidato le notizie pubblicate da Wikileaks sostenendo che «le autorità politiche e militari americane dicono quello che pensano, e comunque i fatti evocati sono anteriori al mio arrivo alla guida dello Stato pakistano». Davvero un po' debole come difesa, se si considera che in alcun modo il presidente tenta di smentire i fatti (peraltro difficilmente contestabili), ma si limita semplicemente a dire «io non c'ero». Chissà se sarà questa la linea che terrà giovedì, quando incontrerà il premier britannico David Cameron, che il 1° agosto, durante una visita in India, aveva dichiarato: «Non possiamo tollerare in alcuna caso l'idea che questi paesi continuino a promuovere l'esportazione del terrorismo in India o in Afghanistan o in qualunque altra parte del mondo». Parole molto dure che avevano suscitato la reazione irritata di Islamabad, che aveva immediatamente convocato l'ambasciatore inglese. Ma David Cameron non è l'unico ad attaccare il Pakistan. Anche il presidente francese ha sollecitato Zardari a rafforzare l'impegno nella lotta contro i terroristi, sebbene Sarkozy abbia preferito tenere toni più conciliatori sottolineando l'importanza del supporto del Pakistan, considerato «necessario per raggiungere il successo in Afghanistan, che è anche nell'interesse del Pakistan stesso».

A quanto pare è rimasto solo Barack Obama a difendere il suo omologo pachistano. Intervenendo lunedì alla convention dei Disabled American Veterans, il presidente americano ha sottolineato come i progressi in Afghanistan siano anche frutto dell'impegno del Pakistan nella lotta contro i terroristi: «Abbiamo visto come il governo pachistano sia impegnato concretamente a combattere contro la violenza degli estremisti all'interno dei propri confini, colpendo con successo Al Qaeda e la sua leadership». Chiaramente non sfuggono nemmeno ad Obama le ambiguità del Pakistan, e soprattutto delle sue Forze Armate, che pur essendo note da tempo non possono essere addebitate all'attuale presidenza. In realtà, da anni il Pakistan si regge su un delicato equilibrio ed è indubbiamente difficile intervenire senza provocare un terremoto (e soprattutto la reazione dei militari). Il presidente Zardari ha quanto meno il merito di aver cercato di modificare l'equilibrio in favore delle posizioni occidentali, ma non tutti a livello di Forze Armate lo hanno seguito. Sarà un processo lungo che richiederà molto tempo, ma la speranza è che, seppure lentamente, il presidente, con il sostegno convinto di tutta la comunità internazionale, sappia portare al proprio paese un po' di stabilità, perché le sorti della guerra in Afghanistan dipendono direttamente da quelle del suo potente ed oscuro vicino.




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