I seguaci di Fini hanno deciso di astenersi sulla mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo. E' una scelta poco chiara, che palesa un'ipocrisia strumentale ai bizantinismi di Palazzo, stile Prima Repubblica, che da ora in poi potremmo aspettarci dal neonato gruppo parlamentare Futuro e Libertà per l'Italia. Vi è una contraddizione di fondo, infatti, tra il contenuto della dichiarazione di voto del gruppo che fa capo al presidente della Camera, che conferma la sua fedeltà alla maggioranza, e la successiva astensione. La votazione di mercoledì a Montecitorio ha fatto affiorare come dietro la posizione degli astensionisti, tra i quali, oltre alla formazione finiana Fli, si sono distinti anche l'Udc, l'Mpa e l'Api, si nasconda l'ambiguità di coloro che, se da una parte criticano il giustizialismo alla Di Pietro, dall'altra giudicano inopportuno che Caliendo continui a mantenere le deleghe dell'incarico che ricopre. Come dire: non sei colpevole fino a prova contratria ma non meriti più, in ogni caso, il tuo incarico di governo. Dire no alla sfiducia al sottosegretario significa mantenere ben saldo il principio del garantismo, che contrasta il rigurgito giustizialista emerso dal circuito mediatico-giudiziario e che è entrato nella politica come strumento di lotta per defenestrare la classe dirigente emersa da una consultazione elettorale popolare. La tattica dell'astensionismo dei finiani, in realtà, potrebbe anche prefiguare la volontà di mettere in campo quelle vecchie manovre consociative che tanti danni hanno provocato al nostro Paese: chi garantisce che i seguaci del presidente della Camera non abbiano in mente, prima o poi, di slegarsi dall'attuale coalizione per unirsi ad un fantomatico terzo polo «di responsabilità nazionale» con Udc ed Api? Tali bizantinismi ripresentano ancora una volta la logica della vecchia politica ed hanno un solo obiettivo: mettere alla porta l'uomo che ha il più ampio consenso degli italiani, Silvio Berlusconi. Oggi alla Camera il giustizialismo è stato battuto, Caliendo potrà continuare con il suo incarico di governo. D'altronde, come si può organizzare una mozione di sfiducia su un rappresentante del governo sulla base delle veline pubblicate dalle gazzette del giustizialismo? In questi ultimi mesi abbiamo letto di tutto, dalla fantomatica associazione segreta P3 a possibili incontri segreti con persone che erano state iscritte alla P2, a cene pseudo complottiste. Nulla di ciò è stato dimostrato, ma solo supposto. La realtà è che vi è un tentativo, da parte dei media, di una minoranza della magistratura e di una parte della classe dirigente di questo Paese, di sovvertire l'esito elettorale dell'elezioni del 2008. Ma è solo un'azione di Palazzo, poiché l'istinto forcaiolo non è maggioranza nel Paese. Lo sanno bene i partiti di minoranza come l'Udc di Casini ed il Pd di Bersani, che si affrettano a pontificare fantomatici governi di transizione per cambiare a proprio vantaggio la legge elettorale: unico modo per poter vincere le elezioni. Lo sanno anche i finiani, che cercheranno di ridimensionare Berlusconi sfiancandolo gradualmente. Ma cosa gli fa essere così sicuri di poter cambiare gli esiti del voto senza che il popolo non venga immediatamente chiamato ad esprimersi? Forse è la loro arroganza, la loro presunta superiorità morale e politica, la cui spocchia oggi ha prevalso sulla difesa del principio fondamentale che è alla base del nostro Stato di diritto: il garantismo. Oggi il livore ideologico della sinistra, grazie anche al tatticismo degli astensionisti, poteva fare un'altra vittima, ma il Pdl e la Lega Nord hanno difeso un principio che altri avrebbero ideologicamente o cinicamente calpestato. Condividi questo articolo      
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