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Numero 475
del 15/05/2012
Galli della Loggia sogna un Centro che cannibalizzi l'attuale maggioranza? PDF Stampa E-mail
! di Aurora Franceschelli
aurora@ragionpolitica.it
  
giovedì 05 agosto 2010

Il voto che ha decretato la conferma della fiducia a Caliendo ha sancito ufficialmente l'affermazione, nei seggi del Parlamento, di una zona grigia, di un'area in cui si è addensata una folta nebbia. Dietro di essa si celano coloro che hanno scelto di astenersi, coloro che vorrebbero elaborare una strategia per destabilizzare il sistema politico italiano eliminando quel fattore «B» che non gli ha consentito, per 16 anni, di compiere i passi più ambiziosi della propria carriera politica.

Eppure, persino un'editorialista come Galli Della Loggia, che non si è mai risparmiato di iniettare veleno, con i suoi articoli, sul presidente del Consiglio, riconosce, che «oggi in Italia senza Berlusconi non ci sono più i partiti, non c'è più nulla. C'è solo una grande palude parlamentare», dove non esiste alcuna solida identità politica, alcuna appartenenza legata realmente ad un passato. Fatta questa premessa, Galli Della Loggia, sostiene come vi sia il rischio, in Italia, che si ritorni alle sirene del passato, dove, al di là dei periodi del Fascismo e della Guerra Fredda, che hanno visto dominare un sistema di contrapposizione politica tra due schieramenti, il nostro Paese ha sempre avuto la tendenza ha riproporre il cosiddetto modello del «giolittismo inclusivo», un sistema fondato sul trasformismo e sul clientelismo. Galli Della Loggia sostiene che sia quest'ultimo modello ad aver forgiato la nostra «autoctona modernità politica», dimenticando che la vera nuova forma della politica sia stata introdotta, in Italia, proprio da Berlusconi. Ma, evidentemente, per un intellettuale come lui, chi governa attraverso fatti concreti e sulla base di un consenso popolare forte rappresenta solo una parentesi nel panorama politico nostrano.

Ma Galli Della Loggia, addirittura, va ancora oltre, ergendosi a ideologo del nuovo equilibrio politico italiano del dopo Berlusconi. Questo è il suo ragionamento: se, dopo la discesa in campo di Silvio, venne meno l'applicazione di quel modello che, secondo lui, ormai appartiene al nostro dna politico, il «giolittismo inclusivo», il dopo Berlusconi ci riserverebbe il ritorno prepotente della tendenza a ricreare la vecchia alchimia politica. Una sorta di miscellanea che il buon Galli teme che possa racchiudere tutto e il contrario di tutto, diventando il luogo tecnico dell'amalgama trasformistico in cui la farebbero da padrone le burocrazie dei partiti e le oligarchie. Per questo motivo suggerisce, invece, di dar vita ad una sorta di nuovo Centro, che, egli sostiene, nella nostra tradizione può costituire un luogo di «effettiva consistenza politica» e di «autonoma identità» se, e solo solo se, si contrappone alla sinistra, «inglobando», e in un certo modo «surrogando», la destra.

L'editorialista del Corriere suggerisce, forse, di superare quella che lui definisce l'anomalia berlusconiana dando vita ad un fantomatico schieramento nel quale confluiscano, detto tra le righe, Fini, Casini, Rutelli, magari qualche esponente della classe dirigente che appartiene al «notabilato» finanziario? Peccato che queste elucubrazioni non corrispondano per niente al sentimento popolare e che questi aspiranti leader non siano mai stati riconosciuti come tali dalla cartina di tornasole elettorale. Fini, ad esempio, se è sempre stato un capo nel suo vecchio partito, mai è stato un leader popolare. E' stato un capo, sì, ma per successione, poiché fu designato da Almirante, ma mai ha ottenuto la legittimazione popolare; non solo, i leader sono tali anche perché sono capaci di unire, mentre lui ha sempre finito per dividere, sia all'interno del suo vecchio partito sia ora nel Pdl. Casini, come Fini, ha sempre patito il carisma del leader, coltivando la speranza di creare un Grande Centro nel quale poter ricoprire il ruolo da protagonista.

Il problema è che ora la sua idea di Grande Centro non può più essere quella tradizionale, ormai impensabile da riproporre: essa si fondava sull'unità dei cattolici attorno alla Democrazia Cristiana, resa possibile dalla disciplina ecclesiastica che, coagulando il voto dei cattolici attorno alla Dc, rappresentava uno strumento per contrastare le derive della Guerra Fredda. Il centrismo nacque, dunque, da un'esigenza storica. Esso implose, come sappiamo, quando cadde il comunismo, che vide l'affermarsi del bipolarismo.

Il desiderio di abbattere Berlusconi, colui che, sebbene venga dipinto come un «tiranno», ha il largo consenso del popolo italiano, può definirsi un esigenza storica? Forse sarebbe più consono descrivere il tentativo di estrometterlo dalla guida di un Paese che lo ha scelto democraticamente come la peggiore manovra di Palazzo mai ordita contro un premier legittimamente designato. In ogni caso se l'idea di Galli della Loggia è quella di dar vita ad un nuovo Centro che racchiuda i post fascisti finiani e i post democristiani, al di là dei bizantinismi strumentali ad un puro disegno di potere, sembra essere solo una chimera. Sarebbe questo lo schieramento capace di surrogare la maggioranza berlusconiana nel suo ruolo di opposizione alla sinistra? Alle urne, probabilmente vicine, si materializzerà l'ardua sentenza.




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