| Autore: |
Enrico Morando |
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| Editore: |
Donzelli |
| Prezzo: |
17 € |
| Pagine: |
152 |
Nonostante siano passati più di vent'anni dal dissolvimento dell'Unione Sovietica, dal crollo del fondamento di una delle ideologie più forti del Novecento, la storia del Pci è un macigno non rimosso sulla strada del Pd per lo meno verso un sano riformismo - fuori tempo massimo comunque - di matrice laburista. I motivi che hanno portato, in questi ultimi anni, all'inesistenza di un'opposizione di sinistra capace di comportarsi da forza di governo hanno origine nell'alleanza costretta tra eredi del Pci e della Democrazia Cristiana di rito demitiano, entrambi graziati dall'onda di piena del '92-'93.
E la domanda che sempre ritorna è sulle cause di questo colossale ritardo della sinistra italiana. Se alla politica è devoluto il compito di dare indicazioni sul presente, alla storia spetta il dovere di scavare argomenti e ragioni ancora inesplorate. Una delle questioni più scottanti è capire perché i «miglioristi», gruppo di sinceri riformatori del Pci con un forte senso istituzionale - che ad esempio sono riusciti ad esprimere un uomo come Napolitano alla presidenza della Repubblica - non siano stati capaci di indicare la direzione del postcomunismo italiano. Perché gli eredi di Amendola hanno mancato quell'occasione? Basta a dare una risposta il giudizio sulla «stoffa» degli uomini? E, se avessero voluto, sarebbero riusciti nell'impresa?
Enrico Morando, leader storico di quel gruppo, senatore dal 1994, in Riformisti e comunisti? Dal Pci al Pd. I miglioristi nella politica italiana, offre fin dall'inizio un'analisi impietosa della sconfitta definitiva - ci si riferisce al crollo del Muro e all'implosione dell'Unione Sovietica - che ha tolto la stessa ragion d'essere di quel gruppo. Ironia della sorte! Dopo anni passati a sognare il momento della possibilità di trasformazione del Pci, una volta al dunque, una volta che la storia con le sue stranezze offre su un piatto d'argento l'occasione unica di saltare sul cocchio dei vincitori, l'unico gruppo che si credeva dotato anche degli strumenti teorici e culturali per guidare quella fase si fa sorprendere con una mentalità minoritaria o di «corrente».
La cause di quell'appuntamento mancato sono scritte nel codice genetico del comunismo, nel marxismo-leninismo, anche nella versione togliattiana che, pur dotandosi di una visione della realtà e della storia d'Italia uniche per capacità di presa politica in confronto agli altri partiti fratelli europei, rimaneva, anche nella versione amendoliana, pur sempre interamente entro l'alveo di quella tradizione, con tutto quel che essa significava. In primo luogo - e Morando fa bene a sottolinearlo - i miglioristi non riuscirono a fuoriuscire dalla logica dell'unità del partito come un prius, chiesa laica al di fuori della quale erano inconcepibili verità e vita individuale. Il secondo blocco va ricercato in quell'eccesso di tatticismo, anch'esso però frutto del precedente limite, che ha fatto sempre privilegiare la logica interna, il «proprio posizionamento», rispetto al mondo esterno. L'ultimo limite, di origine culturale, ha fatto sì che i riformisti del Pci si vedessero sempre come diversi (e migliori) delle altre tradizioni riformiste storiche, da quella liberale a quella socialista.
In una parola, in quell'89 a mancare fu la politica. Tangentopoli non aggiunse altro, con la distruzione del Psi, con l'eliminazione dell'ingombrante «altro», tolse la necessità impellente a tutto il gruppo dirigente dell'ex Pci di fare realmente i conti con il proprio passato. E i risultati sono qui, davanti a tutti. La verità era che il comunismo non era in nessun modo riformabile. Trasformarlo in qualcosa di diverso era impossibile.
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