La storia si ripete? A quanto pare sì, dal momento che le tensioni scatenatesi nel Pdl in questi ultimi mesi riportano alla memoria le vicende di cinque anni fa. Siamo nell’estate 2005, all’indomani delle elezioni regionali, quando l’Udc sferra un micidiale attacco contro Silvio Berlusconi. L’alibi è a portata di mano: i risultati delle urne hanno sancito una significativa battuta di arresto per la coalizione di governo ed in particolare per Forza Italia. La Casa delle Libertà ha perso in quasi tutte le Regioni in cui si è votato, mantenendo il controllo del governo regionale solo in Sicilia, Lombardia e Veneto. E’ il momento opportuno per la resa dei conti da parte degli alleati Gianfranco Fini, Pierferdinando Casini e Marco Follini, ma è quest’ultimo ad assumere il ruolo del più accanito avversario del premier. Follini, all’epoca segretario dell’Udc, grazie alle sue richieste di «discontinuità» riesce ad occupare le prime pagine dei quotidiani ed arriva chiedere la testa di Berlusconi indicando il nome di Casini quale candidato premier del centrodestra per le elezioni politiche in programma per l’anno successivo. Sappiamo come è andata a finire per Follini. Berlusconi deve subire la crisi di governo e formare un nuovo esecutivo, un passaggio inutile che fornisce al paese un ulteriore segnale di debolezza della coalizione. Arriviamo quindi alle politiche del 2006. Silvio Berlusconi conduce una campagna elettorale straordinaria: grazie alla sua formidabile capacità di trascinamento e alla credibilità del programma elettorale recupera undici punti di distacco, ma uno scarto di soli 24.000 voti alla Camera risulta comunque sufficiente per far scattare il premio di maggioranza e la vittoria dell’Unione. Se le elezioni amministrative sono un sensibile termometro dell’umore politico dell’elettorato, allora è evidente che le ultime regionali del marzo 2010 sono state non solo un grande successo in termini di risultato secco per numero di Regioni passate al centrodestra (Piemonte, Calabria, Campania e Lazio), ma soprattutto un’ attestazione di fiducia per Silvio Berlusconi, che ha profuso ancora una volta grandi energie nella campagna elettorale a fianco dei candidati governatori ma senza il supporto del «cofondatore» del partito, defilatosi – questa la versione ufficiale - per motivi di opportunità a causa del ruolo istituzionale ricoperto. Eppure, mentre sono ancora in corso i festeggiamenti per il successo del centrodestra, partono nuovi ed estenuanti attacchi contro Silvio Berlusconi, questa volta dall’interno del partito. Come dichiara il Guardasigilli Angelino Alfano al Corriere, «è la dimostrazione che dentro il Pdl qualcuno aveva scritto un copione di accuse da utilizzare in caso di sconfitta», un copione che a questo punto deve essere recitato nonostante i risultati elettorali. Nulla a che vedere, insomma, con un fisiologico dissenso del presidente della Camera, in particolare verso le leggi che ha in mente il premier in tema di giustizia? Assolutamente, dal momento che il programma in tema di giustizia è stato scritto in precedenza. E’ innegabile piuttosto che Fini, pur rifiutandosi di fornire le ragioni politiche delle proprie iniziative, persegua un disegno politico. Non sta a noi individuarlo, ma è altrettanto semplicistico delineare lo scenario di un progetto di una «destra moderna ed europea» che è prerogativa condivisa non solo da Silvio Berlusconi, ma dalla maggior parte dei protagonisti del Pdl. L’errore di fondo della posizione di Gianfranco Fini è il tentativo di costruire un’alternativa a Berlusconi e al suo progetto, il tema delle libertà. Il successore di Berlusconi potrà essere solo colui che assumerà il berlusconismo come punto di partenza del proprio disegno politico e non colui che vuole differenziarsene. La coalizione di centrodestra ha costruito la propria forza sul fatto che si è presentata alle competizioni elettorali come una coalizione più snella, senza consistenti divisioni ideologiche tra le sue componenti e senza correnti. Queste ultime, carattere fondante che ha accompagnato il maggior partito della Prima Repubblica, la Democrazia Cristiana, non erano espressione di pluralismo, ma di esercizio di potere. Basti pensare alla contrapposizione politica tra Moro e Fanfani, ambedue accomunati dal perseguimento di una linea di centrosinistra. L’obiettivo era il controllo e quindi la leadership del partito, le conseguenze l’indebolimento dello stesso. L’elettorato ammette il pluralismo ed il dissenso, ma non premia le logiche di parte quando queste ultime diventano prevalenti in un partito o in una coalizione. E’ stato finora il punto di forza che ha premiato il centrodestra, il punto di debolezza del centrosinistra. Condividi questo articolo      
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