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Numero 462
del 11/02/2012
Farefuturo? PDF Stampa E-mail
! di Alessandro Gianmoena
gianmoena@ragionpolitica.it
  
martedì 17 agosto 2010

La fondazione finiana Fare Futuro, di questi tempi, non risparmia certo di lesinare continue critiche. Negli ultimi due anni, infatti, essa ha dato vita ad un estenuante controcanto nei confronti del Popolo della Libertà: è stata la scintilla che ha creato l’incendio della rottura tra il presidente della Camera e Silvio Berlusconi. Ma chi e cosa si cela dietro a questa ambiziosa fondazione culturale? Forse chi ha ritenuto il Predellino come la genesi delle proprie sciagure politiche ed ha voluto cinicamente usare il Pdl come mezzo di raggiungimento del potere, ma, ora che le proprie ambizioni sono fallite, sta cercando di premere il tasto dell’autodistruzione del centrodestra: una cupio dissolvi dettata da una rivendicazione personalistica condita da un retaggio culturale di una élite di intellettuali che hanno l’arroganza di dirigere la realtà secondo le proprie convinzioni, legittimati dalla sola autoreferenzialità e dall’odio contro colui che ha coniato un nuovo centrodestra italiano: Silvio Berlusconi.

Gli attacchi di Farefuturo rispondono ad un'unica logica: quella di essere antagonisti al progetto politico creato da Berlusconi, contro la realtà politica e quindi culturale del Popolo della Libertà. Gli esponenti di questo nuovo movimento ritengono, forse, che l’esperienza tattica del politico di professione sia superiore alla strategia dell’imprenditore imprestato alla politica. Ma come affermò Max Weber nella sua conferenza del 1919 «politica als beruf», la politica come professione, coincide con la politica come vocazione e la vocazione è una parola che scaturisce dall’imponderabile, da un qualcosa che travalica i limiti della ragione stessa, come il Kàrisma, e definisce la differenza tra il vero politico ed il politicante, che, se da una parte è esperto di bizantinismi e di giochi di palazzo, dall'altra non è apprezzato dal popolo.

Ma l’ira di aver perso l’appuntamento con la storia ha portato alcuni intellettuali finiani ad un processo involutivo che, dall’ambito politico, è sfociato ad uno prepolitico, in cui si preferisce sacrificare la realtà dei bisogni del presente sull'altare della necessità di aggrapparsi ad un fantomatico sogno di futuro, che possa ridare loro il brivido di realizzarsi come autentici protagonisti. La cultura del futuro, quindi, diventa il pretesto per cancellare il quotidiano, riallacciandosi con il passato di una storia di destra ideologica novecentesca. Ma gli obiettivi culturali di Fare Futuro intendono anche ridisegnare il volto del nostro Paese secondo un approccio culturale che ricorda quelle pulsioni rivoluzionarie di un Sessantotto minoritario vissuto a destra in cui l’opzioni marxiste e maoiste dei giovani di allora erano state sostituite dai dettami antisistema del neofascismo di lotta. In quegli anni vi fu il movimento de «L’Orologio», dazibao della contestazione dei giovani neofascisti dissidenti anche alla linea del Msi. La loro polemica politica assecondava la lotta sessantottina contro il sistema dell’università ma anche della società del tempo.

Oggi Farefuturo ripropone l'approccio culturale ideologico tipico della contestazione sessantottina rivisitata in salsa postmoderna contro il «sistema» rappresentato dal retroterra culturale, dall’identità laica intimamente cattolica del popolo italiano e da Silvio Berlusconi, che è il leader più rappresentativo di questo contesto politico, sociale ed economico. Il loro intellettualismo da salotto, quindi, è il frutto di una visione che intende capovolgere la realtà secondo il proprio credo. Anche i sessantottini la pensavano più o meno allo stesso modo, ritenevano d’imporre la cultura utopica sulla politica, disprezzavano il presente e sognavano un futuro idealizzato.

Con il termine rivoluzione la cultura doveva disegnare un uomo nuovo postcristiano, sradicare ogni radice. I laicisti oggi sono i rivoluzionari di ieri con l’amaro in bocca del fallimento storico dell’utopia, i quali hanno assoldato tra le loro fila anche coloro che coltivano il livore anticristiano. Ciò li spinge al laicismo, inteso come religione delle istituzioni pubbliche che si propone di sostituire il cattolicesimo predicando lo svilimento del retaggio culturale proprio del popolo italiano di fronte alle sfide del mondo globalizzato. Il multiculturalismo, l'anarchismo bioetico, il moralismo giustizialista che si fonda sulla convinzione di ritenere la società intimamente corrotta producono un cocktail culturale che spinge certi finiani a travalicare gli argini dell’alveo culturale del popolo del centrodestra.

Questa destra ideologica, che spesso si fonde con le istanze della sinistra postmarxista, è caratterizzata da un nomadismo culturale nichilista che la porta al disperato intento di creare intorno a sè un consenso che soddisfi gli appetiti del personalismo politico. Tale nomadismo è un processo culturale che il filosofo francese Gilles Deleuze avrebbe definito rizomatico, capace di autorigenerarsi producendo connessioni culturali in ogni direzione al centro come a sinistra: non stupisce, infatti, che, il finiano Granata abbia pensato anche ad una possibile alleanza elettorale con Di Pietro, con il Pd contro Silvio Berlusconi. La visione della società italiana secondo i neofuturisti si traduce, quindi, in una omogeneizzazione culturale in cui i rapporti di forza, ossia la gestione del potere, siano svincolati da qualsiasi rilievo indentitario: il potere per il potere. Questa è una convergenza non casuale di tutti coloro che provengono da sinistra, dal centro e dalla destra ideologica e che potremmo definire come i post della politica novecentesca.

Ma tutto ciò rientra nel velleitarismo culturale e politico di chi si aggrappa ad un futuro che non coincide con la realtà del presente, in cui è saldo il rapporto tra il leader Berlusconi e la maggioranza degli italiani. Si dovrebbe chiedere, invece, al gruppo eterogeneo che si è stretto intorno a Gianfranco Fini se abbia più senso mantenere fedeltà al programma elettorale del 2008 condividendone la sua base culturale oppure scegliere di seguire un percorso verso il nulla al ritmo del motto sessantottino «siate realisti, chiedete l’impossibile» incoraggiato dal Farefuturismo del think tank vicino al presidente della Camera. I personalismi politici ed i dettami culturali rivolti contro il centrodestra di Silvio Berlusconi evidenziano solo un disprezzo nei confronti del premier e della maggioranza degli italiani che lo ha votato. Cercare una discontinuità politica rispetto a Silvio Berlusconi all’interno del centrodestra significa ledere la dignità politica di un popolo che intende organizzare il proprio futuro partendo dalla realtà dei bisogni del presente senza che un futuro ideale detti le condizioni al loro quotidiano.




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