In un suo intervento al 17° Meeting dell’ASEAN Regional Forum (ARF), tenutosi di recente ad Hanoi, in Vietnam (23 luglio), il segretario di Stato americano H. R. Clinton ha dichiarato che una soluzione diplomatica della controversia riguardante il possesso delle Spratly, un gruppo di isole che si trovano nel Mar Cinese Meridionale e che sono contese da alcuni Stati del Sud-Est asiatico, è «nell’interesse nazionale» degli Stati Uniti; ciò ha provocato l’immediata reazione del governo di Pechino, che considera l’interessamento americano una sorta di indebita intromissione nei propri affari interni. La rivendicazione del controllo delle isole dell’Arcipelago delle Spratly è, dunque, motivo di attrito tra i governi di alcuni Paesi del Sud-Est asiatico. Esse sono, infatti, contese oltre che dalla Cina e dal Vietnam, anche dalla Malaysia, dalle Filippine, da Singapore, e da Taiwan. La pescosità delle acque dell’arcipelago ma soprattutto le potenziali riserve di gas e petrolio racchiuse nei fondali sono particolarmente appetibili per ognuno di essi. Nel 1992, la Cina era «uscita allo scoperto» promulgando una legge che, in sostanza, vieta agli altri Stati della regione di interferire con i suoi interessi nell’Arcipelago delle Spratly. Nel 1988, unità navali cinesi e vietnamite si scontrarono nei pressi del Johnson Reef, nell’arcipelago delle Spratly. L’Indonesia, Stato escluso dalla contesa per il loro possesso, si offrì come mediatore per la risoluzione del complicato e lungo contenzioso che vedeva coinvolti anche Taiwan, Filippine e Malesia. Nel 1992, poi, Pechino concluse un accordo con la società petrolifera Crestone Energy con sede a Denver (Colorado) per eseguire trivellazioni in un’area che il Vietnam riteneva sua in quanto situata oltre 600 miglia a sud dell’isola cinese di Hainan. La tensione nell’arcipelago delle Spratly rimane alta poiché il Vietnam e gli altri Stati del Sud-Est asiatico coinvolti nella disputa territoriale sono pronti a pattugliare l’area in caso di necessità. Promuovere una soluzione diplomatica delle dispute territoriali regionali per evitare una escalation militare è quanto viene auspicato nel documento finale approvato al termine dei lavori della Conferenza di Hanoi (43rd AMM/PMC/17th ARF VIETNAM 2010 Chairman’ s Statement 17th ASEAN Regional Forum). Ma il fatto che il governo di Pechino continui a caldeggiare l’idea di costruire una base navale militare nel Myanmar (anche Birmania) non contribuisce, di certo, a rasserenare gli animi. Vi è, tuttavia, un altro aspetto da sottolineare che non riguarda le relazioni tra gli Stati della regione ma piuttosto quanto avviene in seno ad essi: in particolare, la facilità con cui sono violati i diritti politici e civili. E non solo. Basti, ad esempio, pensare al genocidio commesso negli anni ’70 dal regime di Pol Pot in Cambogia che costò la vita a circa 2 milioni di persone. Oppure potremmo richiamare alla mente in un istante, e con grande ribrezzo e tanto sgomento, le atrocità compiute dal regime militare di Rangoon del Myanmar nel 1962 pur di conquistare il potere. Quest’ultimo è al centro dell’attenzione internazionale per il clima di incertezza riguardo alle prossime elezioni politiche, le prime dopo quelle del 1990 che avevano visto la straordinaria affermazione del partito di Aung San Suu Kyi, il cui padre, Aung San, è considerato uno degli artefici dell’indipendenza territoriale e politica del Myanmar (1948), potrebbero segnare la fine della dittatura militare dopo 48 anni di dura sopportazione fisica e morale in termini di costrizione politica e sociale, come la violazione dei diritti umani e la limitazione della libertà personale, e di privazioni economiche, complice la politica economica dei leader militari ispirata al modello centralmente diretto (a Soviet-style economic management) che ha gettato sul lastrico i circa 55 milioni di abitanti. Il tentativo della Comunità Internazionale di promuovere il rispetto dei diritti umani nel mondo si scontra però, il più delle volte, con gli interessi economici e geo-politici degli Stati assertori del «realismo» sul piano internazionale, che dimenticano, ad esempio, non solo ciò che sta accadendo nel Myanmar, ma più in generale, ripongono nel cassetto alcuni dei problemi più urgenti del Sud-Est asiatico: dalla limitazione della libertà di pensiero alla diffusa impunità dei responsabili per la violazione dei diritti politici e civili alla assenza, in generale, di istituzioni pro-diritti umani a livello regionale. Le iniziative internazionali per la tutela dei diritti umani promosse davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si infrangono spesso contro un abusato ricorso all’esercizio del potere di veto da parte degli Stati che vi fanno parte. Ad esempio, si potrebbe asserire che il maggior ostacolo per l’approvazione di sanzioni contro il governo africano del Sudan, noto per le violenze fisiche e morali inflitte alla popolazione del Darfur, è costituito dal veto della Cina. Così come rimane difficile porre un freno alle violenze commesse dalla giunta militare di Rangoon del gen. Thein Sein, che cerca in ogni modo di assicurarsi il successo alle prossime elezioni politiche, quando sia la Cina che la Russia hanno rilevanti interessi economici nel Myanmar. Occorrerebbe, ove possibile, perseguire la via che conduce alla separazione della politica dall’economia se si vuole essere semplicemente più concreti, nel senso di essere seriamente intenzionati a porre un valido freno alla violazione dei diritti umani nei Paesi del Sud-Est asiatico, così come in altre parti del mondo. L’affermazione degli ideali democratici nel mondo, come il rispetto dei diritti umani, è una delle sfide più ardue dell’amministrazione Obama che deve districarsi tra strategie di contenimento e politiche di engagement. Condividi questo articolo      
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